Avevo bisogno di un posto tutto mio,un cassetto anonimo dove poter scrivere le mie storie, far esplodere le mie metafore, trasformare i miei pensieri...senza se e senza ma, senza censure. Calvino docet, il sentiero è dedicato a lui...sulla strada che mi farà ritrovare. Voglio riscoprire la persona che ero prima di inaridirmi, prima di perdere la mia autostima. E lo farò nella completa solitudine.
Tutte le immagini del blog sono tratte dal web.
Li
guardavi da lontano e non pensavi a loro. Indistinti, talvolta richiamati alla
mente, mai a invadere i pensieri, a
occuparli nei momenti di vuoto, di pausa. Gli altri erano lì e di loro non te
ne importava niente.
Poi
hai imparato a riconoscerli, a distinguerli tra la folla, i tratti si sono fatti
più chiari, il profilo sicuro a tagliare lo sguardo curioso e perso.
Sei
gli altri. Uno di loro.
Ora
sei gli altri.
Hai
avuto paura, brancolante fino al limite della pazzia dimenticando la strada del
ritorno, una folle bestia ha strappato latrando un cervello rapito e lo ha
nascosto come preda di caccia.
Sono
lì, in mezzo alla folla degli altri, li guardo negli occhi e mi specchio nei
loro, fantasma indistinto tra soprabiti lisi, usati, martoriati.
Passeggiano
di notte in strade senza luce, senza
ombre o mani a cercare un appiglio.
Inghiottono
il buio senza guardarlo in volto, non cercano mani solo un posto al riparo da
occhi vitrei giudicanti.
Confusi
tra pareti sudice di sangue schizzato di vita crudele … camaleonti involontari,
nessuno li vede, nessuno.
Solo.
Un altro degli altri.
Parli
parole incomprensibili, tortura di voce senza suono, senza senso.
Nessun
sorriso.
Sei
altri, certo di partorire bugie bloccato in una realtà che non ti appartiene, ormai
estraneo al mondo che ti ha sputato via.
Sei
diventato gli altri, forse già lo eri.
Orrida
creatura senza diritto di respirare.
Senza
valore, sentimento, dignità.
Gli
altri, gettati in un labirinto di indifferenza.
Nuotare
nella piscina dell’immondizia umana, lasciarsi seppellire dai rifiuti e
scendere giù … con gli altri come te fino a soffocare.
Lo
sapevi cosa succedeva agli altri, non li guardavi dal tuo riparato privilegio
di un bene spontaneo, sicuro.
No,
non sei come loro, non vuoi esserlo.
Uno
qualunque
Indegno
Un
colpo di spugna
Un
tratto di penna nera
Una
spunta
Un
foglio strappato
Una
cicca pestata
Uno
sputo
Un
fantasma
In
fondo è facile sparire, a un passo dagli altri è il nulla. Un’essenza ai
confini del buio, un’ essenza senza più corpo, senza corpo né anima.
Quando
sei gli altri non sei più.
Ombra
che vaga vuota in equilibrio su un fiato sospeso, zoppicando in un'esistenza
senza senso.
Sei
gli altri.
Non
hai speranze e aspetti che arrivi sera.
La vera amicizia non è schiava del tempo e dello
spazio, la
distanza materiale non può separarci davvero dagli
amici!
... e il tempo passa,
passa ma si dimentica di far pulizia, di portare tutto via con sé,
ancora avido di
speranze,
dovrò consolarlo e
convincerlo della cattiveria del mondo
Non c’è stato mai un momento preciso
in cui tutto aveva inizio, non accadeva mai così, i momenti scavavano dentro
fino a costruirsi da sé, cumularsi, capirsi, arrovellarsi per poi, infine,
esplodere. Il dolore ha logorato un animo forte, così credeva di essere, la sua
energia veniva da fuori, una combinazione di parole amiche e di un passato,
quel passato che lima il carattere e i sentimenti, indica cosa fare, come
soffrire o come ridere, una combinazione. Parole amiche e passato.
Non c’è stato un momento preciso
in cui la bilancia pesasse più da una parte, rendendo l’animo resistente e leggero,
tanto leggero da farlo volar via. A passi lenti l’animo non ha retto più e gradualmente
la forza richiesta è diventata tristezza. Il peso del dolore, quel male di
morte, di attese, di malattia, di incomprensioni, accuse, promesse è diventato obeso, si è dato appuntamento tutto
in un grande sacco e … In quel momento non ci si accorge di nulla, un animo imbattibile
che sapeva curarsi da sé si è gonfiato di dolore, quel male che chiedeva di
essere diviso in due, ma, novello debole, non ha saputo farlo.
Non c’è stato un momento preciso
in cui la tristezza ha iniziato a non voler sorridere più, non ce la faceva e
basta e ad ogni richiesta di sorriso non capiva, non capiva perché gli altri
non comprendessero più l’impotenza di un animo triste, non capiva perché non
riusciva più a sorridere. Sapete cosa significhi sentirsi talmente tristi da
non conoscere da dove venga tutto ciò? Non conoscerne le armi, i sotterfugi,
gli inganni malefici … non capire e dover spiegare a chi non vuol capire.
L’animo ha detto di essere triste,
deriso perché in “questa casa” non si può essere tristi, ha fatto dietrofront.
Non possiamo essere felici a
comando, ci possiamo provare ma una forza oscura ti ricaccia indietro, ti tira
per i piedi e ti senti sprofondare, risucchiare nel buio. Prima il mattino era
abitato da un sorriso, ora ogni risveglio significa angoscia.
Fino a che i momenti sono diventati
precise croci su un calendario. Il calendario non mente e ricorda.
Ricordo tutti i momenti in cui ho
visto in faccia il mio dolore e chi lo ha deriso, farli volar via è la mia
lotta quotidiana, hanno deriso la mia tristezza, hanno deriso i miei sentimenti
scambiandoli per opportunismo, mi hanno detto infantile, mi hanno dato della
pazza, mi hanno minacciato … ma non mi hanno aiutato.
Abbandono.
Sai cosa significa questa parola?
Sentirsi indegni di qualsiasi
aiuto, INDEGNO, non hai meritato qualcosa, c’era una gara? Non sei riuscito a
vincere? Qualcuno era migliore di te e, arrivato primo, per merito o nascita,
ha meritato tu invece no, indegno di premio, di vittoria, di aiuto e
consolazione.
Indegno. Non troppo povero, non
troppo malato, non troppo solo, indegno per non aver superato il test della
carità?
Indegno per tristezza osmotica.
Indegno perché … non puoi essere triste.
Abbandono.
Tutto crolla intorno e la mano
che tendi sul baratro pian piano scivola, un dito, poi l’altro … stai sudando,
i nervi tesi, te li senti in tutto il corpo, non c’è più nessuno lì su … anzi
sì, qualcuno prega che potrai sorridere … MA CHI SE NE FREGA!
Quando la vita ti mette alla
prova non stai lì a comparare i dolori, da fuori ti diranno che ci sono dolori
più grandi, ma i dolori sono grandi per chi li vive, sono dolori e basta. Avrei
voluto raccontare le bugie dette a fin di bene, allentare un momento la forza
che in ogni singolo giorno cercavo negli angoli di vita e versare qualche
lacrima con un’amica, avrei voluto una mano sulla spalla.
Niente. Solo perché ero troppo
triste. Troppo triste? È facile essere amici di chi sorride sempre.
Egoismo.
E non c’è un momento preciso in
cui comprendi che tutto questo ti ha trasformato.
Ogni giorno è abitato dalla paura,
assale, accelera i battiti di un cuore che alla fine cederà; ogni giorno è
abitato dal silenzio, dall’indifferenza per tutto e tutti, nessuna pietà,
amore, bene. Pietà per nessuno, un senso di schifo ti invade e non credi più in
niente.
Rivedere tutto con ragione, tutto
diventa bugia, tutto diventa una marea di bugie, “dietro quella porta non ci
sarà nessuno, se non tu, sola” era vero, presagio di un futuro nel quale a
nessuno sarebbe fregato niente.
Sai cosa significa vivere ogni
giorno con la paura che ti perseguita? Bussa al mattino e si riaffaccia
impunita in ogni maledetta ora, incubo nella notte angoscia incontrollabile di
giorno … paura di cosa? …
Suonare la stessa musica, leggere
gli stessi testi, guardare gli stessi sorrisi … luoghi … e non sentire
assolutamente niente?
Chiedersi infine: ma chi sarà la
me vera?
Infine odiare … quando hai
gridato aiuto e nessuno ha risposto non senti più chi veramente risponde e
consumi un animo ormai inservibile odiando … fino al silenzio. Odiando perché
non sei utile più a niente e a nessuno, odiando perché ti hanno fatto sentire
inutile, bugiarda, cattiva, “inutilmente triste” e ora hai smarrito la strada e
sei lì a chiederti perché non puoi essere triste se non sai più fare altro.
So solo una cosa: le scuse diventano banali parole quando l'egoismo vince e infine la verità ti travolge e dice che voler bene non implica che te ne vogliano, io non avrei mai abbandonato nessuno tanto meno minacciato, purtroppo la rabbia ha parlato per me e ho superato il limite, ma non credevo ...
- La tragedia d'Oreste in un teatrino di marionette! -
venne ad annunziarmi il signor Anselmo Paleari. - Marionette automatiche, di
nuova invenzione. Stasera, alle ore otto e mezzo, in via dei Prefetti, numero
cinquantaquattro. Sarebbe da andarci, signor Meis.
- La tragedia d'Oreste?
- Già! D'après Sophocle, dice il
manifestino. Sarà l'Elettra. Ora senta un po, che bizzarria mi viene in mente!
Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste
è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno
strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Dica lei.
- Non saprei, - risposi, stringendomi ne le spalle.
- Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe
terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo.
- E perché?
- Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gl'impulsi
della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul
punto, gli andrebbero lì a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali
influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste,
insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia
antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta.
E se ne andò, ciabattando.
Dalle vette nuvolose delle sue astrazioni il signor
Anselmo lasciava spesso precipitar così, come valanghe, i suoi pensieri. La
ragione, il nesso, l'opportunità di essi rimanevano lassù, tra le nuvole,
dimodoché difficilmente a chi lo ascoltava riusciva di capirci qualche cosa.
L'immagine della marionetta d'Oreste sconcertata dal
buco nel cielo mi rimase tuttavia un pezzo nella mente. A un certo punto: «
Beate le marionette, » sospirai, « su le cui teste di legno il finto cielo si
conserva senza strappi! Non perplessità angosciose, né ritegni, né intoppi, né
ombre, né pietà: nulla! E possono attendere bravamente e prender gusto alla
loro commedia e amare e tener se stesse in considerazione e in pregio, senza
soffrir mai vertigini o capogiri, poiché per la loro statura e per le loro
azioni quel cielo è un tetto proporzionato.
Lo strappo nel
cielo di carta (Il fu Mattia Pascal, Luigi Pirandello)
... e allora non sai qual è stato quel
momento in cui tutto ha smesso di essere normale, come non sapevi come fosse
nata quella sicurezza nonostante tutto.
Poi non l’hai più entrambe, sicurezza e
normalità.
Quando il dolore rapisce il cuore, niente e
nessuno può aiutarti a riconoscere il bene e si va avanti imprigionati da un
senso di non appartenenza ed estraneità.
Nulla ti appartiene e non appartieni più a
nulla, non te ne importa, non ci pensi perché il grido dentro non si spegne
mai, a volte è lontano e sembra un’eco, poi torna vicino e rompe i timpani.
Estranea a tutto e a tutti, ma non te ne
importa, scivola via la parola, il sorriso, il pianto, il gesto. Estraneità.
E vedi vivere, abbandonandoti all’inerzia di
un mondo che non ti appartiene più, fino ad amare il
silenzio...quel “silenzio in cui ti viene il dubbio se sia il caso di respirare”.
Vorrei tanto aver imparato a suonare il
pianoforte. Solitario, indipendente, senza bisogno di altri, bianco e nero,
destra e sinistra, una melodia che si addormenta su accordi complici.
Vorrei che le mie parole fossero melodia,
arrivassero come il ricordo di un momento, colonna sonora di un’estate.
Vorrei dire come i colori su un dipinto, dire
senza parole, perché il dire diventi semplice e non abbia bisogno del coraggio.
Incastrata nel dubbio se ciò che abbiamo
perso si può definire tale a prescindere dalla consapevolezza del valore che
gli abbiamo attribuito. Considero perse molte cose, avevano valore, ma penso
che sia così solo per me, ora ne ho la certezza: nessuno mi considera persa, me
o i momenti con me, passati o possibili.
Nessuno.
Il valore di ciò che abbiamo perso è
direttamente proporzionale a come consideriamo poi noi stessi …
Niente, una nullità.
Nessuna giusta distanza per scaldarsi senza
farsi male … caro il mio Schopenhuer.
Nessun dubbio di una mano amica nel
momento del bisogno, solo vuoto egoismo.
Egoismo che rende ciechi ad altre
mani tese.
Opportunismo. Questo è stato solo l’inizio e
non se ne esce più. Inimmaginabile il dolore, quel male dal grido muto, senza
parole, senza suono, dolore che fa tremare le mani e non puoi trattenere, voler
bene e diventare “opportunismo”. Dolore che alberga nella gola e la fa bruciare
nel silenzio … in un silenzio che non può disturbare altro … altri, ignari nella
stanza accanto sul limitare di una vita.
Il dolore sordo nel silenzio e di colpo la
solitudine …
Ho cercato conforto, ho cercato rifugio, ho
cercato momenti di pace in una vita d’inferno, implorato che qualcuno
ascoltasse il dolore … per lenirlo, per farmi forte e affrontarlo, non si
confrontano i dolori, i dolori sono dolori e basta, non ce ne sono di più
grandi o di meno gravidi di angosce, e l’inevitabilità della vita, della morte …
non è un alibi che placa la sofferenza, non può esserlo se speranza è ancora
luce!
Ho visto la morte, ho accompagnato verso la
morte, ho avuto l’assurdo bisogno di raccontarlo, bisogno che qualcuno mi
dicesse “è la cosa giusta, tranquilla” ma non c’era nessuno. Volevo raccontare
di bugie e di sorrisi forzati, di notti insonni tra un letto sudato e la
terribile sensazione d’impotenza, ma non c’era nessuno.
Due funerali.
Tre.
“La solitudine non va via se sei lontana da te stessa” di me resta solo
la mia solitudine.
… giorni, sono giorni che mi siedo qui, al caldo, e
aspetto le parole, aspetto di poterne scegliere di belle, di poco brutali, di
giuste, giuste per placare per un po’ il dolore, per l’ennesima volta
... ma sono lontane.
"Il cuore si stanca anche lui, vedi; e se ne va pezzo a
pezzo, come le robe vecchie si disfanno nel bucato. Ora mi manca il coraggio, e
ogni cosa mi fa paura; mi pare di bevermi il cuore,
come quando l’onda vi passa sulla testa se siete in mare. Tu vattene, se vuoi; ma prima lasciami chiudere gli
occhi."
… perché forse non
è ora di scrivere, non puoi scrivere parole che ancora non ti dicono sì, non ti
rassicurano, non sono pronte a vivere e non riusciranno a farti vivere, a
liberarti dai pensieri che ti mordono l’anima. Prima i pensieri dovranno
divorarti per bene, divorarti di una sana mangiata in riva al mare, cibo e
vento che soffia dall’orizzonte lontano. Forse, forse non pioverà, forse il
vento non sarà troppo violento da distruggere le parole.
Piegare in due il
foglio di carta, su un lato saranno adagiati i pensieri, un cervello che ci trattiene,
ordina e mette ordine, peserà in volo e dovremo equilibrarlo per bene se
vogliamo che arrivi chiaro alla mente; l’altro lato … sì, sarà quello del
cuore, difficile sarà allinearli e piegarli per bene, lati lunghi, sovrapposti,
simili ma diversi … Una metà perfetta, forse siamo costruiti proprio così: una
metà perfetta, poi una folata e via, scegliamo uno dei due lati finché cadiamo
giù. Quel che ci dice il cuore, quel che ci dice la mente, difficile
posizionare tutto in ordine per quello che si spera sia un grande viaggio … solo
bagaglio a mano. Mi piace preparare le valigie, ordinare per bene gli indumenti
e scoprire ogni volta che son riuscita a portare tutto. Forse non sarà tutto
così ordinato su quei due lati, ma quanto è difficile trovare il giusto
equilibrio, quanto è difficile scegliere cosa portare, difficile è partire.
Tenendo il foglio
in modo che i lati lunghi siano in posizione verticale, piegare l’angolo
superiore sinistro … dove mettere i bagagli pesanti, bagagli pensanti, quel
bagaglio che non abbandoniamo mai, l’angolo cieco nel quale nascondere una
valigia il cui destino sarà di non essere mai aperta, ma di viaggiare sempre
con noi, buio, è buio e vuole buio. Un piccolo angolo nero che verrà con noi,
ma mai sorriderà al vento che spettina le teste e lancia il cuore lontano.
Ripetere
l’operazione del passo due con l’angolo superiore destro … non possiamo correre
il rischio di cadere. Le parole sono fragili e il volo può essere turbolento,
le ali sono fragili e gli sguardi possono anche uccidere, strane combinazioni
tra nuvole e arcobaleni potrebbero porre fine al volo.
Ripiegare il
foglio seguendo la linea creata al passo 1
Ripiegare il
foglio seguendo la linea creata al passo 1
Ripiegare il
foglio seguendo la linea creata al passo 1
Ripiegare il
foglio seguendo la linea creata al passo 1
Ripiegare il
foglio seguendo la linea creata al passo 1
Ripiegare il
foglio seguendo la linea creata al passo 1
Ripiegare il
foglio seguendo la linea creata al passo 1
Ripiegare il
foglio seguendo la linea creata al passo 1
Piegare in due il
foglio di carta …
Tenendo il foglio
in modo che i lati lunghi siano in posizione verticale …
Ripetere
l’operazione del passo due con l’angolo superiore destro …
Ripiegare il
foglio seguendo la linea creata al passo 1…
Basta, straziante
rimandare, ormai tutto è pronto, manca solo un passo.
Creare le due ali
piegando i lembi del foglio lungo una linea parallela alla piega centrale,
distante da questa un paio di centimetri …
… un paio di
centimetri
… un centimetro
… sì, possiamo
volare.
Siamo abbastanza
vicini per essere sicuri, il giusto vento, una giornata serena, il giusto
equilibrio, sentimenti chiari, idee chiare, siamo sicuri che così arriveranno
alla meta … o forse alla metà.
Difficile e
straziante è trovare parole giuste, per chi vive nel silenzio, ascoltare il
suono farsi parola, parola che parla di te, è difficile, affidare al coraggio
un pensiero, confidare a due ali un ti voglio bene, tenero come una carezza,
delicato come piedi bambini, costruiamo aeroplani di carta, fragili messaggeri
di parole abituate al buio, fragili … troppo …
indifferenza
inganno
derisione
un feroce strappo
nelle ali
nessuna
consolazione al dolore di offesa al coraggio di dire,
nessuna
consolazione di fronte a parole che se ne vanno via trattate come bugie
muore il coraggio,
muore il pensiero, muore il sentimento
aeroplani caduti
in un grigio cimitero dalle ali spezzate
Ho ascoltato il vento. Era una giornata calda, un pomeriggio di primavera. Il vento mi ha chiuso gli occhi, ho respirato. Ho sentito il vento "Perché non può essere sempre così?" Non lo so. Ci sono cose vento che non puoi comprendere, che non posso, non so spiegare, non so dire. Certamente so che ho bisogno di te e sarai sempre il benvenuto ad accarezzare il mio volto nelle giornate di primavera, d'inverno, di sempre ... Il vento era troppo esigente, non ascoltò parola e se ne andò sbattendo la porta.
Testo di canzone Renato Zero - L'Equilibrista
Camminavo su una corda tesa, L'equilibrio mi aiuta, a vivere, Due pi? due non dava, quattro mai, C'era il caos, nei pensieri miei. Un bicchiere per dimenticare, Che morire o vivere, era uguale, Non riuscivo pi?, a ritrovare, La mia strada, la mia direzione. Povero in danari, ricco in fondo al cuore, Davo tutto il bene, davo un po’ di me. Ho speso parole, e invano questo amore, Per chi come me, costretto a mendicare. Ed in cambio ho avuto, tanto male. Io cammino su una corda tesa, L'equilibrio ormai mi aiuta a vivere, Due pi? due non pu? fare quattro mai, Torna il caos, nei pensieri miei. Povero in danari, ricco in fondo al cuore Davo tutto il bene davo un po’ di me. Ho speso parole, e invano questo amore, Per chi come me costretto a mendicare. Ed in cambio ho avuto, tanto male. Tanto male. Tanto male. L'equilibrista na, na, na. Troppo male. Troppo male. L'equilibrista…
Sentì parole. Ascoltare era una magia. Violentata e morta tacque. Lo sguardo narrava silenzi. Raccoglieva la propria solitudine ombra negli occhi. Fastidiosa e banale vita.