sabato 18 maggio 2013

ACCODATI!


Se un maglione non entra più nel cassetto o fai ordine o lo metti in un altro cassetto. 
-         Ma dove sono?
-         In un altro ... armadio

Mi hai detto ACCODATI ed ho capito quanto valessi per te...

Driiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiin
Prima o poi l’avrebbe distrutta quella sveglia. Quella orribile, panciuta, puntuale, assordante, orripilante sveglia mangia minuti. Possibile che il tempo alle sette di mattina trascorresse più velocemente?! Soprattutto quella mattina poi, aveva più sonno del solito e un gran mal di testa. Sentiva le tempie pulsarle e gli occhi non volevano proprio saperne di guardare il mondo. Eh sì, aveva esagerato alla festa del giorno prima, lo doveva ammettere, ma ne era valsa la pena, non riusciva a ricordare quando era stata l'ultima volta che si era divertita così tanto. 
Nonostante tutto avrebbe dovuto ricordare di comprare un’altra sveglia, va bene la festa esagerata, ma svegliarsi con quel chiasso le avrebbe rovinato tutta la giornata, se non la settimana ... Avrebbe dovuto comprare una di quelle svegliette discrete che si fanno a malapena sentire all’ ora concordata, solo con un tenue cinguettio, dolce suono che l'avrebbe accompagnata con grazia fuori dalla sua calda cuccia notturna. Si fece un promemoria, o per lo meno tentò di farsi un promemoria ... ma le palpebre si stavano facendo di nuovo pesanti, e ... e ... nooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo
Quel giorno no! Doveva fare una marea di cose che l’avrebbero tenuta occupata per l’intera mattinata.
Uffa!
Doveva alzarsi.
Colazione, bagno, e il ricordo della festa che pian piano riaffiorava nella mente cercando di addolcire quel mal di testa martellante. Ele e Taty, ... risate, ricordi, un porto sicuro, caldo, bello ridere insieme, condividere i racconti di giorni solitari, nei quali non avevano potuto incontrarsi, scambiarsi idee, ... costruire insieme momenti ... bello, bellissimo!
Avrebbe affrontato la giornata con il cuore appagato, sazio di momenti preziosi, che l' avrebbero cullata per un bel po’ e accompagnata in un lungo e noioso tour.
A quanto pare il mondo fuori non aveva fatto una piega, la notte lo aveva lasciato indenne e il mattino lo aveva ritrovato come prima. Il cielo era lì, la strada pure, i lampioni, le strisce pedonali, il semaforo, la farmacia, i passi di chi ha fretta, i salti di chi è allegro, la camminata misurata di chi è pigro o magari solo calmo, il dondolio del suo amico cane zoppo, i fiori dei balconi, l’acqua della fontana, il vento di primavera (...c’è sempre il vento nei miei racconti...lo faremo soffiare forte un giorno). 
Insomma, tutto era al sicuro, niente l'avrebbe messa di fronte a scelte, novità, cambiamenti, turbamenti ... non si sarebbe dovuta preoccupare. Sì, perché doveva riconoscere a se stessa, ma solo ogni tanto, che non era proprio il tipo calmo e sicuro che tutti vedevano da fuori, l’ansia di fronte all’ imprevisto diventava la sua cattiva consigliera, anche se poi adattarsi era un attimo ... facciamo due, di attimi. D'altronde la vita l' aveva messa di fronte a mille difficoltà e aveva imparato presto ad adattarsi.

Era nata così, dire che si era sentita sempre a suo agio era troppo, spesso per lei era stato un vero problema, soprattutto davanti ai suoi simili ... gli altri. Gli altri che dopo qualche sguardo in più, una mezza risatina nascosta tra i baffi, la lasciavano stare, in fondo non faceva differenza per loro. Uno scherzo della natura, questo era, solo uno scherzo della natura, un piccolo difetto di fabbrica a cui neanche faceva più caso. E viveva così, tra un’autostima traballante e il rischio di qualche risatina in più.
La mattina avanzava e il tempo correva.


Prima tappa: supermercato.
Quel sabato il supermercato era affollato, come tutti i fine settimana. Doveva comprare una marea di cosette e sempre tutto di corsa. Arrivò alla cassa con un carrello strapieno, aveva preso talmente tante scatolette che quasi non riusciva a vedere dove andasse. Dopo una lunga, anzi lunghissima fila finalmente era arrivato il suo turno, spinse il carrello avanti e cominciò a depositare i suoi acquisti sul nastro quando si accorse ... ma come non vederla prima? La sua amica Ele era alla cassa.
Ele era sempre stata dolce e disponibile, di scarse manifestazioni d’affetto, ma sempre presente quando aveva avuto bisogno di lei. Lavorava da qualche anno come cassiera in quel supermercato e da allora la sua vita era serena e felice, dopo anni passati alla ricerca di un lavoro. Era un po’ grassottella, lo era sempre stata, e il suo lavoro non l’aiutava di certo, amava la buona tavola, mangiare in buona compagnia, divorava di tutto e a tutte le ore. 
Ele allungò la sua lunga proboscide e avvicinò gli acquisti della sua amica alla cassa. Era stranamente taciturna, forse era stanca, neanche la guardava, non l'aveva riconosciuta? eppure si erano viste la sera prima! Ma no ... magari era indaffarata o forse non voleva far vedere che dava troppa confidenza ai clienti. L’assecondò. Anche se quel silenzio un pochino la faceva pensare, si arrese alle circostanze, non riuscendo completamente a digerire la sensazione di essere stata “non riconosciuta” di proposito. Pagò il conto e cominciò a riempire le buste di scatolame vario. Proprio mentre si accingeva a riempire la quarta busta, un lampo! o nooooooooooooo! aveva dimenticato il sapone! Sarebbe dovuta tornare indietro a riprenderlo, ma soprattutto rientrare nel supermercato e rifare la fila, perché ormai aveva oltrepassato la cassa. In un ultimo estremo tentativo cercò di vincere quella inspiegabile indifferenza “Scusa Eli, ma ho dimenticato di prendere una cosa, devo assolutamente rientrare e ...”. Fu in quell’istante che la sua amica barrì un verbo, quel verbo che lei odiava da sempre e che in quel momento ebbe il sapore di un insulto. “ACCODATI” disse l’enorme pachiderma appollaiato dietro la cassa. E neanche aveva alzato lo sguardo! Non voleva più riconoscerla? Impossibile, ora sembrava veramente impossibile! Inspiegabile! Cosa era successo da ieri sera ad oggi? Alla festa  Eli le aveva raccontato tante cose, segreti, dubbi, problemi, le aveva chiesto consigli, le aveva parlato apertamente e lei, sempre ad ascoltare, le aveva dato consigli col cuore in una mano e la ragione nell’ altra, era così che ad Eli piaceva, uno sguardo fuori complice e razionale allo stesso tempo.
Quella risposta era stata peggio di una doccia gelata. Aveva sentito un forte sentimento di esclusione, patti non rispettati, parole false, dubbi confermati...
Accodati...accodati...accodati la parola le martellava il cervello facendo di nuovo posto al mal di testa appena dimenticato. In fondo le chiedeva solo di aspettare un attimo e di non farle rifare quella interminabile fila!
Eli aveva compreso il senso reale di quella risposta? Sapeva quanto la scelta di quel verbo la ferisse? Non seppe rispondere a queste domande. La sua amica l'aveva offesa colpendola dove faceva più male, incosciente o no lo aveva fatto, facendola sentire una nullità. Prima con l'indifferenza poi con la scelta del verbo.
Rimase nel dubbio e senza il sapone. Prese le sue buste e se ne andò.

Seconda tappa: Ufficio Postale.
Quella sveglia maledetta le aveva rovinato la giornata, quel drin era stato presagio di cattivi incontri, lo sapeva, lo sapeva da tempo che quella sveglia avrebbe dovuto gettarla via, annunciatrice di giornate disastrose. Sveglia! E meno male che alcune volte si svegliava da sola! ... quel drin, quella mattina, la stava svegliando proprio per bene.
Cercò di non pensarci, pronto per la prossima tappa della giornata, così tornò al quel sabato strapieno come tutti i giorni di libertà, nel quale si accumulavano pensieri e impegni.
Spinse la porta a vetri dell’Ufficio Postale ed ebbe subito la certezza che avrebbe trascorso almeno una buona mezzora lì dentro, tra scadenze, pagamenti, pacchi e pacchetti, moduli e francobolli ...
La sua speranza in verità era anche un’altra: proprio alla posta lavorava Taty, amica di lunga data, forse con lei avrebbe potuto parlare di Eli e di quello che poco fa era accaduto al supermercato. La fila, però, non la faceva ben sperare, la sua amica non avrebbe potuto dedicarle molto tempo in quell’ affollata mattinata.
Doveva riempire un semplice modulo per una richiesta, roba da poco, ma aveva il numero 44 e lo sportello era sovrastato da un lampeggiante e rosso 30! Si sedette pazientemente. Non voleva pensare ad Eli, ma la sua testa non le diede altra scelta. Abbandonata, questa era la definizione giusta. Si sentiva così, e poi...quella parola...i suoi amici sapevano che la sua autostima viveva in bilico, era facile darle un colpettino e buttarla giù, convincerla che non valeva niente e che era solo una fallita guardiana di zoo. Fare la guardia era il suo mestiere, solo quello sapeva fare e aveva sempre fatto, nonostante tutto e tutti, sfidando problemi e insicurezze. Ogni giorno lottava con se stessa, cercando motivi che la convincessero che era brava nel suo mestiere, che sapeva fare quello che faceva, che aveva scelto di fare, mestiere per il quale aveva lottato e non poco.
44
Venne il suo turno. Recuperò il modulo compilato dalla tasca, si diresse verso lo sportello e proprio in quel momento si accorse dell’errore che aveva fatto...Aveva sbagliato modulo! Ma una! C’era, dico, una cosa sola che gli potesse andare bene quella mattina?
Maledetta sveglia!
Taty la guardò interrogativo da dietro i suoi spessi occhiali, non le rivolse la parola, neanche la salutò, la guardava e basta. Stava succedendo di nuovo ... ma ... si era veramente alzata quella mattina o stava sognando?
Incurante dell’ennesima strana reazione “Scusa Taty – disse – ho sbagliato a riempire il modulo, ero distratta, posso averne un altro e riempirlo velocemente?”. 
Il mondo cominciò a girare, l’Ufficio Postale non era più lo stesso, i numeri impazzirono in una girandola di colori e geometrie varie, vedeva montagne di moduli volteggiare sulla sua testa, mentre una strana indifferenza dominava le persone abbarbicate sulle panchine o in fila in attesa del proprio turno. 
Possibile che non vedevano quello che stava succedendo?
Taty, un' amica sincera, ma molto distratta; da sempre aveva avuto problemi agli occhi, non ci vedeva molto bene ed era costretta ad indossare occhiali dalle lenti molto spesse. I suoi occhi ti scrutavano a lungo sgusciando furtivi e minuscoli da uno sguardo curioso, che ogni volta ti dava l’impressione che Taty ti guardasse sempre come se non ti conoscesse. Viveva in un piccolo appartamento ricavato in uno scantinato, era buio, ma i suoi occhi non avrebbero potuto resistere a troppa luce, quindi, nella sfortuna, era stata fortunata. La cosa che stupiva di più era che l’impressione del suo sguardo interrogativo e confuso rispecchiasse poi quel suo carattere così spontaneo ma anche molto distratto, dimenticava facilmente ed era perennemente in ritardo. Quindi, quando lì, in quell’ ufficio sovraffollato di gente stufa e col pensiero altrove, la nostra amica sentì di nuovo quella parola riempirle la testa, all'inizio pensò veramente che Taty non l'avesse riconosciuta, era possibile viste le sue condizioni, poi...quando alle sue continue richieste la risposta fu sempre la stessa, non voleva proprio credere alle sue orecchie.
ACCODATI
Avrebbe voluto chiedere alla signora vestita di bianco con le ali ripiegate su se stesse, se avesse sentito anche lei la parola di quella cieca talpa con la faccia a due centimetri dal pc. Non lo fece. Non chiese niente a nessuno, perché nessuno avrebbe mai potuto rispondere. Ognuno pensava ai fatti propri, e in quel momento erano tutti concentrati a sbrigarsi, volevano uscire da lì.
Sola. Questa volta si sentiva sola. Ebbe il forte desiderio di andare a cercare uno specchio, voleva esser certa di esistere, di non essere trasparente. Il solito pizzicotto non avrebbe funzionato, non sarebbe bastato, neanche ci provò.
Accodati ... accodati ... accodati
Non ce la poteva fare, sicurezze che si trasformavano in parole al vento, messa da parte, dimenticata, si doveva arrendere a chi non vedeva o non capiva.
Anni nei quali si era sentita data per scontata.
Decise che per quel giorno, avrebbe chiuso lì la sua giornata di impegni. Il rischio che qualcun altro avrebbe potuto sbatterle in faccia indifferenza e offesa era grande e non lo voleva correre.
Quella maledetta sveglia! La prima cosa che avrebbe fatto sarebbe stato buttarla via, sì, doveva farlo, doveva impedire che altri le dicessero che era ora di svegliarsi e cominciare a svegliarsi da sola.
Trascorse tutta il giorno nascosta in una nuvola di folta nebbia, galleggiando tra pensieri e domande senza risposta. Ormai non credeva più in se stessa, l’offesa era stata lanciata, da chi? Da chi credeva un porto sicuro. Chi aveva fatto finta di non conoscerla, chi, senza pensare o con consapevolezza, le aveva detto con indifferenza ACCODATI, a lei, un cane senza coda.



venerdì 3 maggio 2013

Il mio silenzio



[...]  Invece ho solo bisogno di silenzio
tanto ho parlato, troppo
è arrivato il tempo di tacere
di raccogliere i pensieri
allegri, tristi, dolci, amari,
ce ne sono tanti dentro ognuno di noi.
Gli amici veri, pochi, uno ?
sanno ascoltare anche il silenzio,
sanno aspettare, capire.
Chi di parole da me ne ha avute tante
e non ne vuole più,
ha bisogno, come me, di silenzio.
Alda Merini, Ho bisogno di silezio

Arriva all’improvviso come un temporale estivo. La terra è calda di sole, il mondo tace e riposa, un tuono taglia il cielo e comincia a piovere; piove forte, l’acqua strappa i timpani di un mondo addormentato, è violenta, è necessaria ... la polvere si placa e un forte odore di terra riempie le narici.



Fa paura il mio silenzio. Non ci sono parole, ma solo pensieri. Il mio silenzio fa paura.

Si riempie di me, cammina adagio, naviga in acque solitarie, fronteggia la superficialità della parola.

Arriva quando non è necessario dire, quando altro di me comunica col mondo, arriva quando è inutile dire perché altri non ti ascolteranno, arriva quando la parola ha bisogno di coraggio e non può esistere povera di pensiero e di tempo, umile, leggera, senza il peso di una lunga meditazione, arriva perché non è giusto riempire sempre gli altri di noi. Arriva, ma non so quando andrà via.

Il mio silenzio è una risposta e quando risponde blocca il fiato e il cuore ti confida che in quel momento vorrebbe essere altrove e lasciarti solo. Solo con te, solo in quell’assenza, che ha dimenticato come si fa a parlare e lotta con chi l’ha sempre odiato e temuto. Si impone perché sente il dolore paralizzare il giorno ... e la pioggia scenderà più prepotente, mentre i vetri già iniziano  a piangere spingendo lo sguardo al di qua, impedendogli di fuggire.

Risponde a chi crede di conoscere la verità, risponde a chi urla menzogne, risponde a chi non comprende o non ha il desiderio di farlo, o a chi non l’ha mai fatto sicuro del contrario. Risponde alle minacce, le minacce di fare silenzio, obbedisce, ma è ormai tardi per comprendere, per tornare indietro, per perdonare, per spiegare.

Al mio silenzio risponde il silenzio. Si sente dire che è un silenzio infantile ... ma infantile è chi non ha il coraggio di comprendere, quel muro supponente che non comprende parola o pausa.

Il mio silenzio trasforma le certezze in dubbi, allunga le ore, svuota i momenti di risate, logora chi vuole parole ma è incapace di dirlo, questo hanno detto di lui.
Allora si riempie di rimpianto, il rimpianto delle cose non dette, delle emozioni non sentite, dei momenti non catturati, si riempie ma non vuole farlo, schiavo di chi ha pensato e detto per lui, schiavo di chi per dispetto lo ha sfidato col silenzio, il suo nemico adolescente mai cresciuto, incapace di comprendere che il silenzio è altro da lui, incapace di rispettare, incapace di aver fiducia, incapace di star fuori, per un momento solo, dal mio mondo.

Il mio silenzio ha mangiato troppe parole, troppe menzogne, troppi insulti, vorrebbe trovare il fiato sufficiente, ma in quel negozio ha trovato solo un povero, vecchio asmatico verbo ... 

domenica 28 aprile 2013

Perché scrivere oggi?


Perché ho scelto di insegnare?
Perché ho sempre voglia di imparare.

Certamente oggi è stata una lunga giornata. Quando le giornate diventano lunghe significa che la speranza che arrivi presto la sera, la notte, cresce sempre di più, ogni minuto che passa. Perché scrivere? Perché oggi ho letto troppo, letto di tutto, ascoltato di peggio, pensato di più. Non è che generalmente non pensi, ma essere costretta a riflessioni che non vorresti fare, a pensieri che non vorresti avere, a sguardi che non vorresti incrociare...seppur solo nei ricordi, non è sempre facile, non è sempre “volontario” o salutare.
Tanti gli “attori” della giornata. Tanti i piedi a far rumore su un palcoscenico affollato e rumoroso. Tanti copioni e ...altrettanti ricopioni, lanciatori di link, smanettatori maniaci di post altrui che la mano lancia lontano magari senza leggere o controllare e spesso senza commentare. 

La parola del giorno è VIOLENZA. Si, l’ho urlata, ok? VIOLENZA!

A me la violenza non piace, mi spaventa, mi toglie il fiato e qualsiasi capacità logica di reazione. Ho conosciuto la violenza...quella verbale, quella violenza che fa rima con minaccia. Questo è bastato a togliermi la parola, ma non certo il disprezzo e l’odio contro la violenza, anzi ne ha aumentato il disgusto.

Io odio la violenza ... non dovevo dirlo? Odio è violenza? No, l’odio è un sentimento, un brutto sentimento che ti consuma dentro, fine a se stesso, anzi che ha fine in te stesso, ci fa male, ci corrode ma non porta a niente se non a consumarci, purtroppo quando c’è è anche difficile cancellarlo, gli animi e le persone non hanno tutte la stessa forza. Quando l’odio si trasforma in violenza esce fuori da te. Da me non è mai uscito l’odio, nel senso che non si è mai trasformato in violenza, mi ha consumato e basta, ho avuto spesso parole di rabbia o rancore, ma, penso, completamente giustificate, mentre chi ne ha avute per me non era giustificato e mi ha fortemente deluso. Ma questa è un’altra storia.

Oggi, 28 aprile, l’odio il rancore la rabbia i problemi la vita di una persona si sono trasformati in violenza.




Un uomo ha sparato a due altri uomini perché “non ce l’aveva con loro” semplicemente ce l’aveva con chi loro rappresentano. Quest’uomo è stato chiamato folle, poi è stato chiamato disperato ... e certamente la differenza tra le due definizioni è enorme. Ora “da folle è folle e quindi va fermato  e punito per questo, da disperato va compreso e quindi magari anche aiutato” così dicono i più. Comprendiamo?

So che il mio Bel Paese non si trova certamente in buone condizioni, sarebbe da stupidi ed irresponsabili dire che non è così, dire che non ci sono persone che hanno problemi di vario tipo, che la sfiducia nelle Istituzioni, nella giustizia, in chi ci rappresenta o dovrebbe farlo sia un sentimento molto diffuso.
Ma non per questo si può giustificare e neanche comprendere la violenza. No, non si può.
Dobbiamo essere disposti a ragionarci su, riflettere su cosa può accadere in una situazione difficile, quando una persona disperata non ce la fa più, tanto che la sua disperazione potrebbe portarlo a gesti estremi, possiamo e dobbiamo aiutare chi è in difficoltà, chiedere a chi deve aiutare di farlo, aiutarci magari l’un l’altro, ma crederci ... ricordiamo la costituzione?

« La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. »
art. 2

si parla di solidarietà vero? ah mi era sembrato, io credo nella costituzione, tutti dovremmo farlo, ma mai e poi mai possiamo arrivare a dire che la disperazione giustifica la violenza o peggio inneggiare al gesto di violenza, perché tale resta in ogni caso.
Io ho letto la nostra Costituzione, io la insegno e la faccio studiare e non sono un avvocato o un docente di giurisprudenza. Sono solo una semplice insegnante di lettere in una scuola media (chiamiamola così che è più diretto),anche se ancor prima di essere un’insegnante sarei una persona, e poi anche una cittadina italiana.

Insegno ai miei alunni che la violenza non è mai la soluzione, che il dialogo è la sola strada della comprensione e della solidarietà, che bisogna che ci aiutiamo gli uni con gli altri.
Insegno loro che se io sto dietro una cattedra sto lì per parlare ma anche per ascoltare, l’aula è il luogo del dialogo e così deve essere la società. Insegno loro che non bisogna urlare, che tutti possiamo parlare se lo facciamo in modo composto, insegno a chiedere scusa, a parlare apertamente, ad esprimere le loro opinioni, cerco di insegnare loro ad avere loro idee ... insomma le parole riempiono la mia classe.

Ora vi chiedo: è così difficile? Non mi venite a dire che la scuola è diventata altro dalla società, o che la scuola è lontana dalla società. I realtà è la società che si sta allontanando dalla scuola e chiede a me di rimediare, a me come agli altri docenti. Cosa dovrei fare io? Insegnare ad urlare? Insegnare che la violenza è giustificata se una persona perde il lavoro o rimane solo? Così andrebbe meglio? Cosa devo insegnare? Che i carabinieri o la polizia non ci difendono ma difendono solo chi non ci governa come vorremmo? Devo insegnare che strillare per farsi sentire o accusare o scaricare colpe è legittimo? Questo è quello che ho visto e sentito e letto oggi ... e sono inorridita.

Io chiedo scusa ai miei alunni quando sbaglio o li interrompo mentre parlano o leggono, spiego loro le regole invece di ordinare, non impongo il mio modo di pensare, chiedo la loro opinione anche per distribuire le ore durante la settimana o dare compiti, non strillo mai con loro. Ma soprattutto insegno cosa significa: responsabilità, dovere, solidarietà, rispetto, emozione, sentimento.

Ora vi chiedo: è così difficile? Sì, per me diventa sempre più difficile, se poi fuori, fuori nel mondo che loro, i miei alunni, abitano e si preparano a vivere con maggior consapevolezza, autonomia e maturità, c'è chi inneggia alla violenza.

Sbaglio io a voler insegnare tutte queste belle cose? Sono un’illusa? Ingenua?

A cosa serve la violenza? A NIENTE

Vogliamo dare il buon esempio e cancellare la violenza dalle nostre parole? Cancellarla dai toni, dai contenuti, dalle accuse reciproche, dalle strumentalizzazioni, dalle bocche di chi strilla e non si accorge di sputare proclami e di avere invece una grande responsabilità? La responsabilità dell’esempio.

Perché scrivere? Oggi ho voluto scrivere perché non mi piace la violenza, degli atti come delle parole. Le parole di violenza istigano e fomentano, si tramutano in altra violenza. Oggi ho voluto scrivere perché di fronte ad un atto di violenza, perché questo è stato, molti hanno giustificato, inneggiato, fomentato. E questo è peggio della violenza e io non ci sto, sebbene viva in un Paese e ne riconosca, purtroppo, le difficoltà. Io non ci sto, perché ognuno è libero di dire ciò che vuole, ma tutti dovrebbero sempre tenere a mente che le parole hanno un enorme valore, hanno conseguenze, restano nelle menti, colpiscono, ed è per questo che io vorrei maggiore responsabilità in chi usa le parole, libertà sì, ma anche responsabilità.


sabato 6 aprile 2013

Dimmi cos’è


se si potesse viaggiare nel tempo, non sbaglieremmo più i congiuntivi

- Dai, forza! Non farti pregare! Dimmi cos’è, com’è... su! Io non sono sicura di averlo capito bene, ancora no. A chi altro potrei chiederlo?

- Non è facile rispondere alla tua domanda, tra l’altro non sono sicura di conoscere bene la risposta ... non hai altro da chiedere?

- No. Ho solo questa domanda per te. Diciamo che per ora è la più importante. E poi, dai tuoi occhi, capisco che tu sai la risposta ma non vuoi aiutarmi. Perché? Puoi dirmi quello che vuoi, siamo solo io e te. Qui. Per ora. Ho bisogno di una risposta.

- È proprio questo il problema: non esiste una risposta. Ce ne sono tante. Tutti modi diversi di vivere, personali, irripetibili. Come spiegare? Spiegare mi sa tanto di teorema di Pitagora. Ci vuole tempo, le parole giuste ... è difficile, qualsiasi risposta non sarebbe completa.

- Ma noi ne abbiamo di tempo! Il tempo, quello tra noi due, ce lo gestiamo noi, siamo noi che decidiamo quando andare, quando parlare, quando essere. Il tempo non è un problema e qualsiasi risposta per me sarebbe già una soluzione, se, come dici tu, non esiste “la” risposta. Dimmi quello che sai, poi sarà la vita a darmi il resto. Ho bisogno di una finestra, un punto di partenza, un punto di vista dal quale partire per godere di un paesaggio. Una sola foto, poi provvederò io a scattare le mie foto e ti prometto che non saranno mille, ma saranno poche foto scelte, impresse su un vecchio rullino, a costruire il puzzle della mia vita.

- Oddio ... così mi fai sentire in imbarazzo ... sto parlando ad una donna o ad un’adolescente? Tu già sai quello che vuoi, perché hai bisogno di me? delle mie poche certezze?
- Sono solo una ragazzina. E sì, ho bisogno di te e tu sai il perché.
- Mi hai convinto, ma non sarà un discorso breve, né tanto meno semplice. Chiedimi ciò che vuoi, preferisco dialogare, non mi è mai piaciuto predicare da dietro una cattedra.


Dimmi cos’è l’amicizia.
Ci provo. Ma poi non te la prendere con me se non sarò stata esaustiva ... io ti avevo avvertito.
Te la racconterò alla mia maniera, che spero saprai riconoscere e comprendere.
La prima cosa che mi viene in mente è l’ascolto. Amicizia significa saper ascoltare ed essere ascoltati.

- E no, mi avevi promesso spiegazioni, non mi prendere in giro. Ascoltare è facile. Io ascolto musica, ascolto i prof, ascolto prediche ... insomma è facile, basta saper usare le orecchie!

- Ti sbagli. Ascoltare è difficile. Ascoltare non è sentire. Non puoi abbandonarti alla distrazione quando un’amica ti confida, ti parla, ti chiede. Ascoltare significa rispettare. E questo non si fa solo con la testa, si fa con tutto di te, ascoltare è sentire anche cosa le parole vogliono dire oltre se stesse, parole che oltrepassano sguardi, restando incastrate tra le righe di un pentagramma che si sta componendo. Ascoltare significa anche riempirsi di sé. Costruirsi. Noi siamo come dei bicchieri ci riempiamo perché qualcuno ci aiuta a farlo, perché qualcuno è disposto a farlo e noi ci colmiamo delle sue parole; ma ricorda che arrivati al bordo devi poter e saper restituire ciò che ti è stato dato. Ascoltare ed essere ascoltati. 

- Non è semplice parlare. Io non sono mai stata molto capace a parlare, soprattutto quando si tratta di me; non trovo mai le parole giuste, ho paura che gli altri possano fraintendere, alcune cose sono solo mie e non riesco a dirle ... sembra quasi che dicendole non siano più mie o magari siano diverse da come erano nella mia testa.

- Lo so. Quello che devi scoprire è il desiderio di parlare, questa volontà nascerà insieme alla voglia di condividere e non si può fare con chiunque. Vedrai, sarà bello e neanche te ne accorgerai. Chi ha detto poi che non si possano avere dei segreti? o chi ha detto che non si possa stare anche in silenzio? L’amicizia non pone divieti in tal senso. I segreti siamo noi, ognuno di noi si deve appartenere, dobbiamo avere una zona buia con la quale fare i conti o magari solo confortarci alla nostra maniera. Il silenzio è un momento prezioso. Dal silenzio nascono pensieri, nel silenzio siamo solo noi e la nostra coscienza ... ne abbiamo bisogno per crescere da soli, per misurare le nostre forze. Il silenzio placa le nostre paure. Conforta i nostri pensieri.  È il sentiero che porta alla nostra anima. Dopo, solo se saremo pronti, potremo dar voce ai nostri silenzi. Il silenzio va ascoltato e rispettato. Mai frainteso, quando esiste la fiducia.
La fiducia. Questa è la seconda parola magica. Non è male essere diffidenti. Spesso ho ringraziato il destino per la mia diffidenza. L’istinto a volte mi avrebbe portato a scelte sbagliate, non tutte le persone sono adatte a noi. Questione di appartenenza, di affinità. Ma la fiducia è per molti una scelta difficile. Si costruisce gradualmente, è come smontare un muro mattone dopo mattone, si comincia dall’alto, fino a che compaiono gli occhi dell’amico, il suo sguardo che ti dice se puoi continuare a demolire quel muro, e poi giù fino al cuore ... e lì, forse, ti potrai sentire finalmente sicuro. Lasciarsi andare è complicato.
- Ma come si può essere sicuri? Nessuno mai ti dirà se puoi fidarti fino in fondo, se chi ti sta di fronte non ti mentirà mai, se sarà tuo amico per sempre...come?

- Nessuna certezza. Solo il rischio. Ma devi decidere tu se vale la pena affrontarlo. In fin dei conti chi ti sta di fronte sta pensando le stesse cose che pensi tu, ha gli stessi dubbi, si pone le stesse domande. Rischiare insieme non è poi tanto male, rischiare significa vivere, scegliere e l’amicizia è un modo piacevole per farlo anche se la scelta potrebbe essere quella sbagliata e potresti soffrire.

- E il tradimento allora? Lo so che non parliamo d’amore, ma due amici si possono anche tradire. Non so se voglio correre questo rischio. Mai sono stata tradita, ma ho paura di lasciarmi andare, ho paura che tutto finisca e ... finisca male. Magari sarò io a tradire ... non lo so. Non posso escluderlo, non so cosa potrà succedere. Penso all’amicizia come a qualcosa di importante e sicuro. Qualcosa di necessario e confortante. Una coperta sempre pronta a scaldarti. Tu sei mai stata tradita?

- Sei come me. Ho avuto sempre paura dei sentimenti. Il tradimento è insopportabile. Io ... sono stata accusata di aver tradito. Ma non l’ho mai fatto. Se siamo veramente uguali tu non tradirai mai, la tua diffidenza ti divorerà, ti renderà insicura, ma mai tradirai. Io non l’ho mai fatto in tutta la mia vita, in alcuni casi ho preferito non avere fiducia, ma quando ho detto “ti voglio bene” è stato per sempre. Se sono stata tradita? Sì. Qualcuno l’ha fatto. Alcuni sono volati via nell’indifferenza più completa, altri, pochi, restano ancora nel mio cuore. Triste è il momento in cui scopri chi erano i veri amici.

- Come ti sei sentita?

- Le incomprensioni fanno parte di qualsiasi tipo di rapporto umano. Che sia amore, amicizia, ... ma il consiglio che voglio darti è quello di parlare, parlare sempre. Le parole sono tutto ciò che possediamo, servono ad esprimere emozioni, idee, servono a farci venir fuori da quel groviglio di riflessioni che facciamo solo con noi stessi e che finiscono per confonderci e basta. Se non riesci più a parlare o ascoltare l’altro, allora qualcosa non va. Ma parla, anche se la verità è una pesante verità. Credimi, il dolore che si prova quando l’altro non ti ascolta o non ti parla più è un dolore infinito. Una lama che ti taglia in due lasciandoti un vuoto profondo nello stomaco. Allora sei lì che ti chiedi se il tuo amico o la tua amica che ora non ti ascolta più, lo abbia mai fatto veramente. Se sia stato un vero amico sin dall’inizio. E al silenzio si accompagna il dubbio.

- Mi hai risposto. Ho capito. Ho capito che erano amicizie importanti. Forse una. Non riuscirò mai ad affrontare tutto questo. Stiamo parlando di amicizia con la A maiuscola non di due compagne di banco ... vero? Sembra tutto così impegnativo, difficile, troppo per me. Era questo che volevo, ma non so come siamo arrivate a questo punto. Le tue parole sono tristi e dicono di sentimenti ancora vivi, che fanno soffrire.

- Guarda che me lo hai chiesto tu...io parlavo di fiducia. L’altra faccia del tradimento. Ma sì, hai ragione. Ci siamo intristite troppo. Sai, quando un’amicizia diventa molto importate il dolore che si prova per un tradimento, un’offesa, un fraintendimento è grande quanto il bene che si vuole. Faresti qualsiasi cosa per spiegare, per dire che hai sbagliato, chiedere scusa, o magari che è stato tutto un errore. Non essere creduti e ascoltati è la sensazione più opprimente. Forse questo ci ha trascinato, anzi, mi ha trascinato un po’ troppo fuori strada, in riflessioni tristi, come dici tu. Possiamo rimediare. Ma prima voglio darti un altro consiglio.

- Ok per il consiglio, ma poi l’hai promesso. Se tutti dicono che l’amicizia è il più bel sentimento che c’è, allora lo voglio sentire da te, voglio sapere da te perché.

- Fidati, io non ne so nulla. Comunque sarà pure il più bel sentimento che c’è ma ricorda una cosa: non devi mai dimenticare che al primo posto della tua vita ci sei tu. Solamente tu. Non pensare mai di non valere niente, non pensare mai che non puoi farcela da sola, mai e poi mai dovrai pensare che hai assoluto bisogno degli altri, l’unica persona che ti è necessaria sei tu. Per me è ormai troppo tardi. Qualcuno mi ha fatto credere che valevo molto in due e come una stupida ho creduto di valere poco da sola. Ma era talmente bello  valere in due, una goliardica complicità, che ormai non so più cosa sono io.

- Questa cosa non la capisco ... è una di quelle cose che dicevi prima: un groviglio di riflessioni che facciamo solo con noi stessi e che finiscono per confonderci e basta. Scusa, ma non riesco proprio a capire.

- Qualche volta accade di trovare un amico o un’amica importante, esistono tanti tipi di amicizia, hai presente quella che i bambini chiamano l’amichetta del cuore? Ecco. La tua amichetta del cuore è talmente uguale a te che ti diverti con lei qualsiasi cosa facciate insieme. Siete talmente affiatate da pensare le stesse cose, ridere prima di parlare, finirsi le frasi a vicenda, farsi venire idee ... insomma le due parti di una mela. E bada bene parlo di vera amicizia, l’amore non ci interessa, gli amici possono essere più complici a volte di due innamorati.

- Ma, non ti spaventa tutto questo? Prima mi consigli di “non perdermi di vista” poi mi dici che è divertente essere complici. A me spaventa perché ...

- Dimmelo tu perché. Vorrei sapere cosa ne pensi.

- Ecco. A pensarci bene ... il tradimento mi ha lasciato troppo amaro in bocca e forse questa ... complementarietà, la possiamo chiamare così? insomma questo essere complici mi spaventa perché ... e se l’amicizia dovesse finire? Chi dei due potrà andare avanti senza l’altro? Si può arrivare ad un punto in cui si dimentica cosa significa essere da soli? ridere da soli, costruire da soli, pensare da soli, consolarsi ... sì, ora capisco il senso del tuo consiglio. Senti, però, ma quanto è difficile quello che mi dici. In fin dei conti basta scommetterci poco, crederci poco, insomma, viversela così come viene senza dare troppa importanza all’amicizia o farsi tanti amici e andare avanti. Sarebbe meglio, non credi?

- Ma brava! Che bella soluzione preventiva. E quindi rinunceresti a tutto così, solo per la paura di rimanere sola?

- No. La mia paura non è solo quella. Ho paura che ...

- Cosa?

- Insomma. Ho paura che uno dei due non si diverta ad essere una metà della mela, quei gradi che mancano ai novanta. Allora mi chiedo ma ne vale veramente la pena?

- La paura è ammissibile ma se sapessimo ogni volta se ne vale la pena, in ogni cosa, non avremmo problemi ma neanche vivremmo più. E poi dimentichi che manca il resto della mia storia. Detto tra noi sentirsi la metà di una mela è bellissimo come riuscire a scoprire qualcosa di te che non conoscevi prima, anche se anch’io ho fatto i conti con la paura di cui parli. Conviene rischiare.

- Spiegami perché conviene. Siamo qui per questo.

- Conviene ... per un paio di ciabatte, per un torta di compleanno, per due panini avvolti nella stagnola, per una lacrima dietro una pizza, per un profumo, per una canzone, per un gioco di parole, per un consiglio, per una parola al momento giusto, per una buonanotte, per un come stai, per un caffè e dei pasticcini, per Calvino, per un tizio curioso in treno, per la nascita di un’idea, per ...

- Ehi! Ma sei impazzita? Prima la butti sul filosofico, ascolto, fiducia, tradimento, riflessioni...e poi? Una lista di scemenze! Per di più sono quasi tutte cose da mangiare!

- Scemenze? Sai cosa sono i ricordi?

- Sì. Anzi, meglio che stia zitta o per lo meno rifletta un attimo. Sicuramente avrai una risposta importante, bella pronta e ... non voglio cadere a pie’ pari nel tuo tranello. Scusa ma...un paio di ciabatte?

- Proprio così e al primo posto direi di mettere: ridere senza motivo. Bello vero? Ti devo spiegare una cosa così importante come l’amicizia e vado parlando di cose senza senso. Il mio ricordo più bello trascorso con un’amica è proprio un momento in cui ho riso senza alcun motivo. Non mi era mai capitato prima e ti giuro è stato, e rimane tuttora, il momento più bello della mia vita. Per la prima volta in vita mia ho fatto una cosa senza pensarla prima, senza senso, senza motivo e ... non riuscivo a fermarmi. Ancora oggi, quando sono giù, ripenso a quel momento e il cielo diventa un po’ più azzurro, mentre un sorriso ebete mi si dipinge sul volto.
I ricordi sono i momenti, ma non quei secondi che un orologio conta per arrivare alle ore, momenti come vita; l’elenco che ti ho fatto senza respiro è vita. Dietro ad ogni singolo oggetto, gesto, parola c’è un mondo, ci sono dei sentimenti, delle emozioni. Nessun tradimento cancellerà mai i momenti. Nessuna offesa cancellerà mai le emozioni. Nessuna bugia potrà mai rimuovere la spontaneità e la semplicità dei momenti in cui un amico o un’amica ha avuto bisogno di te e tu eri lì...anche a fare la scema, ma eri lì, anche con un sorriso ebete, ma eri lì. O loro erano lì per te.

- Capito...però ne hai di fantasia ad esserti inventato tutti quei ricordi e solo per me!

- Sì. Inventato.

- Una volta una prof a scuola ci fece leggere dei brani sull’amicizia. In più di uno si parlava di amici nel momento del bisogno, amici e segreti, amici per condividere gioie e dolori. Insomma, tutte frasi che a me sono sembrate scontate, retorica vuota e ripetitiva. Quella prof non ci spiegò mai il valore dei momenti, attimi che diventano ricordi. Mi piace. Voglio anch’io i momenti.

- Li avrai. Lasciati andare e li avrai e ti sentirai al sicuro. Ricorda però che potrebbe arrivare uno di quei momenti che proprio bello non sarà.

- Ecco che ci risiamo! Avevamo iniziato un bel discorso e poi? Torniamo a parlare di cosa? Ancora tradimento?

- No. Rispetto. Stavolta si parla di rispetto. Sai cos’è?

- Forse. Rispetto qualcuno quando lui ha un’idea diversa dalla mia, ma io non sto lì a criticarlo o a deriderlo, lo ascolto, confronto la sua idea alla mia e insieme ... abbiamo due idee.

- Brava...insieme avete due idee. Non dimenticare che l’amicizia è solo uno dei tanti modi per vivere in mezzo agli altri, è un privilegio, un dono da custodire.

- Custodire? Mi stai dicendo che bisogna comunque impegnarsi? ... io e l’impegno non andiamo molto d’accordo. La mia prof di matematica dice che devo impegnarmi di più perché non ottengo i risultati che la mia testolina potrebbe ottenere e questo solo per l’impegno ... scarso. Che parola terribile...

- Sì. Sono decisamente d’accordo, ma non ti dirò su cosa se con la tua prof o sull’impressione che ti fa la parola scarso ... avremo tempo. Ma comunque, sì, occorre impegno. Il rispetto lo si deve a tutti, ma ad un amico o ad un’amica prima di ogni altro. Occorre rispettare la reciproca libertà, i sentimenti, occorre rispettare i segreti e le emozioni, occorre rispettare le scelte, ma anche il coraggio, occorre rispettare il coraggio, occorre rispettare il coraggio, il coraggio ...

- Ma quale coraggio?

- Il coraggio di dire “ho bisogno di te”.
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- Ma come si può? Dire ho bisogno significa umiliarsi...almeno per me.

- Per me è la più importante e vera dimostrazione di affetto, amicizia e fiducia.

- E se la risposta fosse solo il silenzio e l'indifferenza?

- Non posso rispondere a questa domanda. Ti prego. Non insistere.

- Sì. Rifletterò sulle tue parole. Grazie. Grazie ... mamma.

- Ora vai, torna nel futuro ... ti voglio bene.

- ...ok, vado

- Non preoccuparti ti insegnerò io a dire “ti voglio bene”, come qualcuno l’ha insegnato a me.

giovedì 28 marzo 2013

Il manifesto degli insegnanti

7 luglio 2010




E ieri sera avete cominciato a far circolare qualcosa di me...un video, un video realizzato sui 13 impegni, così mi piace chiamarli, che già molti insegnanti hanno sottoscritto e molti altri faranno. Sono una musicista, amo il mondo dell'analogico, l'arte, le immagini evocative, la musica, la poesia, la mia interpretazione è nata per vie tortuose, ma soprattutto su due piedi, un video fatto velocemente il giorno prima di partire per il Veneziacamp e finito in treno grazie ai validissimi e utilissimi consigli della mia amica Cristina. Vorrei spiegarvi l'interpretazione che ho dato ai punti. 
Ho voluto lasciare il primo così com'è, senza nulla e lasciarlo scorrere a tratti perché rappresenta per me il fondamento dell'impegno di ciascun insegnante: essere disposti a imparare, il che significa essere disposti a crescere e a riconoscere i propri errori. 

1. Amo insegnare. Amo apprendere. Per questo motivo sono un insegnante. 

La meraviglia per il mondo sa un po' di Pascoli, ma è la realtà, non si può insegnare o imparare se non c'è la curiosità in atto, la sete di sapere, di scoprire...molti insegnanti dimenticano che i ragazzi vogliono sapere e anche se così non sembra, compito del docente dovrebbe essere quello di andare alla ricerca della "meraviglia per il mondo" di chi ha di fronte, scoprire i canali giusti. Penso che l'immagine che ho scelto rappresenti a pieno questo concetto, uno sguardo che guarda in alto,verso un orizzonte senza confini.

2. Insegnerò per favorire in ogni modo possibile la meraviglia per il mondo che è innata nei miei alunni. Insegnerò per essere superato da loro. Il giorno in cui non ci riuscirò più cederò il mio posto ad uno di loro.

Noi insegnanti siamo disposti ad ammettere i nostri errori? li cancelliamo per poterli correggere la volta prossima?Lo ammetto, mi osservo continuamente quando insegno, di errori ne ho fatti tanti e ne farò...ma spesso ne parlo con i ragazzi, mi impegno sempre a dimostrare coerenza, mi impegno soprattutto a dimostrare e spiegare che l'errore è importante, non deve spaventare e non può essere punito.

3. Insegnerò mediante la dimostrazione e l'esempio, il riconoscimento dei miei errori illuminerà il mio percorso.

La scuola deve poter dare gli strumenti giusti per andare oltre, per scoprire il mondo, per poter diventare autonomi, per poter costruire le proprie conoscenze partendo dalle conoscenze che in classe qualche insegnante ti ha soffiato in un orecchio poi, fuori, i ragazzi sapranno quali sono le loro conoscenze. La figura del pesce che guizza nella casa del pesce vicino potrebbe essere riduttiva, ma se ci pensiamo bene la conoscenza nasce dall'apertura all'altro, cosa c'è di meglio che guizzare "nella casa dell'altro"? 

4. Accompagnerò i miei alunni alla scoperta della realtà che li circonda, assecondando e stimolando in ognuno di loro la curiosità e la ricerca, le domande e la passione.

La verità...confesso che l'immagine non l'ho scelta io...sigh, ma mi ha convinto: l'impronta che ogni insegnante dovrebbe lasciare, l'impronta dalla quale si parte alla ricerca della propria verità...scuola di conoscenze e competenze...spesso, in questi giorni, ho sentito parlare del fatto che i ragazzi imparano quello che ritengono gli sarà utile...un dito della mia pseudo verità. Vorrei impegnarmi per donarglielo. 

5. Non potendo trasmettere ai miei studenti la verità, mi adoprerò affinché vivano cercandola.

L'immagine del bimbo sotto il canestro è una delle mie preferite, a volte mi sento anch'io così...ritengo che la troppa sicurezza non paghi mai (anche se a volte la preferirei). Crescere significa superare ostacoli, ma oltrepassare i limiti...non vorrei parlare di motivazione, i paroloni non sono per me, sono una più d'azione che di parole...e ne ho scritte già troppe tutte insieme.

6. Incoraggerò nei miei studenti l’impegno e la volontà di migliorarsi costantemente e di non rassegnarsi mai di fronte alle difficoltà. Io stesso provvederò a formarmi e aggiornarmi continuamente. 

Scuola uguale mondo. A volte è difficile pensarlo, a volte le scuole sono così chiuse in se stesse!!! non solo per l'insegnamento, ma anche per le realtà scolastiche vere e proprie. Ho lavorato in scuole di montagna...e le montagne invalicabili non erano solo fuori...

7. Farò in modo che la scuola sia il mondo, e non un carcere.

Quando ho visto il triste gatto che il pesce ha costretto a vedere il suo mondo, ho immaginato il silenzio, ho immaginato l'immobilità, ho immaginato la stupidità, ho ricordato le mie prime lezioni in classi che non conoscevo...che non mi conoscevano "ragazzi si parte con un brainstorming"...ho ricordato ragazzi che mi guardavano perché pensavano all'ennesimo prof pazzo. Vorrei togliere il gatto da quell'ampolla. Insegnare a razionalizzare, riflettere, decidere...fino a che non faranno scacco matto, il loro scacco matto, della loro partita. L'immagine della finestra ha una storia a parte...ma non ve la racconterò: la finestra l'ho interpretata come apertura al mondo, completa apertura, ma si deve pur uscire da qualche luogo per andare nel mondo, questa finestra deve pur reggersi in qualche modo: l'insegnante deve costruire la finestra e fare in modo che dopo una piccola spinta iniziale tiri un vento di curiosità e i ragazzi siano in grado di fotografare il mondo da quella finestra, ognuno con la propria prospettiva.

8. Non trasmetterò ai miei studenti saperi rigidi e preconfezionati. La mia visione del mondo mi guiderà, ma non sarà mai legge per loro. Il dubbio e la critica saranno i pilastri della mia azione educativa.

Quanto è difficile mettere i voti. Perché! Perché non significano nulla, non si può dire che un tuo alunno vale un 10 o un 4. In fin dei conti dobbiamo insegnare a vivere, vabbè ho esagerato: a "insegnarsi" a vivere.

9. Promuoverò lo studio per la vita e contrasterò lo studio per il voto.

Ho letto il decimo punto e...ho avuto dei dubbi...ci ho messo un po' poi mi sono chiesta:"Come posso valutare, conoscere, aiutare......" risposta. SOLO ATTRAVERSO IL DIALOGO ecco allora le immagini di vita scolastica quotidiana: l'insegnante con il gruppo, l'insegnante con un alunno...gli insegnanti parlano così con la classe o si rivolgono solo e sempre alla classe? Gli insegnanti fanno parlare la classe? Credetemi, le realtà sono tante e diverse...a volte tristi...

10. Raccoglierò elementi di valutazione, rifiutando approcci semplicistici e meccanici che non tengano conto delle situazioni di partenza, dei progressi, dell’impegno e della crescita complessiva del singolo alunno.

Tengo particolarmente a questo punto, i ragazzi che si tengono per mano l'ho visto come un simbolo...solo attraverso l'altro possiamo conoscere noi stessi, scoprire quella che si chiama "zona cieca" e da questa conoscenza ripartire per il passo successivo, un percorso che forse non avrà mai fine. Affronto sempre a scuola questo argomento, l'identità, in prima ma soprattutto in seconda quando i ragazzi affrontano lo studio della scoperta dell'America. La conoscenza di noi stessi può condurre alla scelta di un cammino individuale. L'immagine delle orme sulla spiaggia non è triste, è solo esplicativa ed evocativa. Ma l'immagine che amo di più è quella del pianoforte, non perché sia una musicista, ma come avete notato è l'unica senza parole. Il pianoforte rappresenta le molteplici armonie dell'incontro tra diversità, sul pianoforte non c'è un tasto uguale all'altro eppure nel corso dei secoli e ancora oggi e in futuro vengono fuori armonie strepitose, alcune dissonanti, è vero, ma sono state insieme sullo stesso spartito con estimatori e non. Niente scritte perché...non ve lo dico :-)

11. Lotterò affinchè la scuola sia la scuola di tutti, la scuola in cui ogni studente possa apprendere seguendo tempi e tragitti individuali. Farò in modo che i miei studenti mi scelgano e non mi subiscano.

Le frecce nel tempo sono fondamentali, come importante è il continuo confronto tra le realtà temporali, l'ascolto del passato come nelle due mani che si incontrano, una per imparare una per insegnare con l'esempio e la conoscenza.

12. Aiuterò i miei alunni a illuminare il futuro leggendo il passato e vivendo in pienezza il presente. Li aiuterò a stare nel mondo così com'è, ma non a subirlo lasciandolo così com'è.
Di nuovo la necessità di uno schermo libero. Ma un ostacolo solitario e VALICABILE era il minimo. 

13. Resterò fedele a questi punti in ogni momento della mia azione educativa, pronto ad affrontare e superare tutti gli ostacoli formali e burocratici che si presenteranno sulla mia strada.

La strada da percorrere sarà lunga, difficile, ma penso che ce la possiamo fare.
Simona





RIGOLETTO, IL BUFFONE BEFFATO “L’ANTITESI IN SCENA”


Quello che mi piace in Rigoletto? Il contrasto. Ma andiamo per gradi: stiamo parlando di una delle più belle ed emozionanti opere di G. Verdi “il signor zum pa pa” soprannome che molti non conoscono, opera che insieme a Traviata e Trovatore costituisce la cosiddetta trilogia popolare, non molto apprezzata all’epoca di Verdi. Rigoletto è la conclusione di un lungo percorso che portò il compositore a raggiungere un alto grado di perfezione, perfezione che Verdi cercava nella forte compenetrazione tra musica e parole, poi portata alle estreme conseguenze da R. Wagner. Torniamo al contrasto. Portare sulla scena un buffone di corte non è gran cosa, ma se si intende scrivere un’opera seria allora scatta il sentimento, il dissidio interiore, la compassione, nel senso latino del termine cum patire soffrire con. Dove è il contrasto?

1. Un buffone protagonista di un’opera seria, la sua sofferenza causata da una triste storia passata e la vita che lo obbliga a essere un doppio di se stesso, il volto della conformità-deformità e quello del padre che vive per difendere il suo unico bene, sua figlia, la faccia bella della vita alla quale si aggrappa perché è l’unica cosa che lo fa sentire uomo
2. Gilda, la figlia combattuta tra amore paterno e amore, sbagliato, per il libertino di turno, ragazza che vive tra gli interrogativi della famiglia, non sa chi sia sua madre, non conosce l’altro volto di suo padre o il suo vero nome, ingenua e innamorata
3. Ancora contrasto nella struttura musicale: un tragico e cupo preludio seguito da una festa di corte con musiche di danza, un baritono protagonista, movimenti veloci sulla scena tipici di un’ opera buffa, lo stesso inganno ed equivoco che da Plauto in poi ha misurato i testi di ogni commediografo, i frequenti duetti dove spesso i cantanti intonano melodie contrastanti e che servono a caratterizzare i personaggi in un continuo reciproco confronto ….
Penso che questo e altro ancora faccia scattare l’ emozione e la partecipazione, ma soprattutto la consapevolezza che anche qui, come in tutte le opere di Verdi, l’infelice che cerca la felicità e il riscatto non ci riesce mai, la lotta è impari, Verdi sottolinea come niente si può contro la convenzione sociale, contro l’ingiustizia, contro il destino … e allora il duca di Mantova è e sarà sempre il libertino, figura stabile che dall’inizio alla fine ribadisce, quale eterna beffa, il suo modo di porsi-imporsi alla società.
Vorrei proporvi la summa del contrasto e insieme il pezzo più toccante dell’intera opera: il quartetto dell’ultimo atto. Premetto che in tutta l’opera c’è una sola aria (Caro nome) e non ci sono i soliti concertati finali d’atto…il genio di Verdi non voleva certo confondere questo quartetto con altri insiemi interessanto al duetto in sé in questa come in quasi tutte le sue opere (pensate che il maestro aveva preso l’abitudine di non scrivere un pezzo per volta, ma di mettersi libretto alla mano e definire subito tutto in una volta i pezzi, mi emoziona pensare a lui intento al suo lavoro che legge il libretto e oltre ad apprezzarne il testo già lo immagina in romanze, caballette, cavatine, ballate duetti, declamati, cori … da musicista è affascinante perché i musicisti hanno il cattivo vizio di fare attenzione alla musica e non alle parole…per quelle ripassiamo dopo).
Il quartetto, come dicevo, scolpisce definitivamente il contrasto della vicenda e la situazione psicologica dei personaggi: Rigoletto, Gilda, il Duca e Maddalena. Rigoletto decide che, sofferenza a parte, dovrà mettere la figlia di fronte al fatto compiuto e così mostrare il suo innamorato all’opra, vale a dire insieme a un’altra, l’altra è Maddalena, sorella del sicario della storia, che per mestiere da truffatrice sta al gioco.
Il Duca, erotismo allo stato puro, seduttore di professione intona una melodia aperta, ascensionale, dolce e seducente che a “palpitar” farebbe venire i brividi anche alla Venere di Milo … Si propone schiavo d’amore come il più perfetto degli elegiaci e qui il crollo di qualsiasi giovin donzella.
Maddalena, che deve sedurre il libertino ma che poi ne rimane sedotta, comincia a ridere e il suo canto è veloce (in semicrome) mentre la linea melodica è sia ascendente che discendente … ci gira intorno? Sta fingendo e lo sa fare bene, ma nulla vale davanti al seduttore per eccellenza che ha dalla sua Don Giovanni, il conte di Almaviva e il giovane Cherubino latin lover in erba.
Gilda ascolta parole d’amore che non sono per lei, il suo canto è disperato con una linea melodica discendente, composta da ritmi spezzati simili a singhiozzi.
Rigoletto ha a mio parere con la parte più profondamente commovente: se ascoltate con attenzione la sua melodia non si muove, mi direte che lui è un baritono e inevitabilmente deve fare da sostegno armonico, ma il suo disegno melodico è statico soprattutto perché dietro è la rabbia repressa che prende corpo. Costringe la figlia a soffrire, è furioso con il duca, magari vorrebbe urlare ma è un padre amorevole e deve reprimere la rabbia di fronte al pianto della figlia, quindi ecco la nostra melodia statica che procede a passi lenti, lenti e flemmatici come il pensiero di una riuscita vendetta. I quattro stanno cantando fino a che, esaurite le quartine ecco che torna a emergere il duca…è lui che vince sempre, siamo lì per lui, siamo stati maledetti per lui, ogni giorno scherziamo per il suo diletto, lui ha sedotto nostra figlia e per vendicarci di lui nostra figlia morirà. Così fino all’accordo finale, nel quale la voce di soprano, Gilda, sovrasterà tutte le altre e la disperazione sarà compiuta, mentre noi già sappiamo cosa avverrà anche se in realtà ancora non è avvenuto, la potenza della musica.
Quattro personaggi, quattro situazioni psicologiche, quattro tipi di andamento melodico e ritmico, ma due situazioni diverse: due personaggi in preda alla disperazione e due che fanno baldoria, il serio e il buffo, grottesco dell’opera, antitesi del testo che tanto affascina, il comico che si sovrappone al tragico.

9 agosto 2010