mercoledì 26 giugno 2013

Il volto dell'assenza

[...] Risalgo qui dove dianzi

vestiva il bell'abito grigio:
rivedo l'uncino, i romanzi
ed ogni sottile vestigio...
Mi piego al balcone. Abbandono
la gota sopra la ringhiera.
E non sono triste. Non sono
più triste. Ritorna stasera.
E intorno declina l'estate.
E sopra un geranio vermiglio,
fremendo le ali caudate
si libra un enorme Papilio ...
L'azzurro infinito del giorno
è come una seta ben tesa;
ma sulla serena distesa
la luna già pensa al ritorno.
Lo stagno risplende. Si tace
la rana. Ma guizza un bagliore
d'acceso smeraldo, di brace
azzurra: il martin pescatore...
E non sono triste. [...]


da L' assenza di Guido Gozzano




Un profondo respiro, uno sguardo intorno, nulla che parli, che ascolti, che si muova.
Vivere l'assenza, vivere di assenza, vivere senza.
Eccolo. Lì. Si nasconde ma lo vedo. C'è tanta neve intorno, fa freddo, mi stringo addosso al mio corpo, un abbraccio disperato. Lì. Vedo qualcosa muoversi furtivo tra il bianco candido e incontaminato, caduto giù per dispetto da un cielo capriccioso, che non tiene il conto dei giorni, giorni che corrono via, troppo veloci ...  
Lo vedo.
Occhi scuri di noce, capelli arruffati, fiato corto di chi si è fatto spazio a gomitate per essere assente.
Il suo volto è inconfondibile, maschera di giorni, ore, attimi, momenti aggrediti da rovi spinosi dove un tempo crescevano rose selvatiche. Il suo volto è davanti a me ora. Mi guarda. Mi osserva. Mi conosce e sa dove colpire.
Si muove lentamente, non ha impegni, la fretta non è per lui. Si mostra, mostro dal volto dai tanti volti, cammina lentamente lasciando impronte di sé a tratti nascosto dai tronchi di un bosco silenzioso. Oggi non c'è il vento, neanche il vento a confondere una vista ormai stanca dei soliti luoghi,  un udito abituato alle urla di dolore.
Comincia. Sono pronta. La metamorfosi ha inizio.
Cosa vedo? Vedo l’assenza riempirsi di assenza, di quel che non c’è più.
Vedo il suo volto trasfigurarsi nei sorrisi di mio padre, delle sue risposte e dei suoi buongiorno.
I capelli si accorciano, gli occhi si fanno come i miei, le labbra no ... quelle sono sottili, non come le mie gonfie di anni di musica, la sua parola è leggera, curiosa, la sua risata sincera.
Un altro albero, ancora passi, lenti passi, il volto muta sembianze.
Cosa vedo? Vedo Piazza San Marco gremita di turisti, al centro troneggia un enorme pianoforte, bianco e nero, ebony and ivory, insieme; irrompe una risata, mi volto, il vento la porta via, mentre immagini di bambini che corrono e cantano scorrono veloci; il volto mi guarda intensamente e riflesso nel suo sguardo vedo un treno ... una scatola di ricordi, i miei ricordi, mi aggrappo a quella scatola orfana. Il volto ora è uno squillo di telefono, un abbraccio, una carezza, una stretta di mano, ora è coraggio, glielo vedo negli occhi, ora è paura, ora è insicurezza ora è sostegno.
Vedo mille anni, vedo venti anni.
Veloci corrono le immagini sul volto dell’assenza, mentre il freddo aumenta, affondo nella neve e quasi faccio fatica a raggiungere quel volto che fugge via.
Il volto dell’assenza se ne va, prende la strada più dura, presto lo rivedrò, ogni volta che mi guarderò intorno e sentirò il peso dell’assenza, lei mi risponderà e farà tornare gli assenti, nel suo volto mi mostrerà ciò che non è più. Lei tornerà e quel volto dipinto di derisione e offesa mi toglierà il fiato.
Intanto il cielo ha deciso di nascondere il mio di volto al mondo, la neve copre i segni dell’assenza dai miei occhi che cercano altrove.

Ricomincia a nevicare.

mercoledì 12 giugno 2013

Ho finito il mio anno di prova

Stamattina ho mangiato la nutella … ma sulle fette biscottate!
Il mio fisico non me lo permette anche se ogni tanto ci vuole.

Questo blog nasce dalla voglia di ritrovarmi; la vita spesso ci trascina dove vuole e neanche ce ne accorgiamo, fino al punto in cui ci ritroviamo a vivere una fitta materialità, una parte di realtà, che dobbiamo solo ordinare e organizzare, dimenticando, o lasciando da qualche parte, un frammento di noi che gradualmente e debolmente si assottiglia fino a diventare un ricordo, niente di più ... poi scivola via e si perde chissà dove.
La vita annulla la vita e così ti perdi. E così perdi.
Quello che leggete qui, se lo fate, è ispirato tutto alla mia realtà, i lettori che mi conoscono bene lo sanno, gli altri ci leggeranno, forse, un po’ di se stessi, ma quello che scrivo passa tutto attraverso l’altra me, quella che vado recuperando. Oggi ho intenzione di fare un’altra cosa: oggi scriverò di me, ma direttamente, senza metafore, voglio farlo perché è venuto il momento anche di essere e perché … ogni tanto mangio nutella.

Quando studiavo, adolescente liceale che faceva il suo dovere di brava studentessa, sognavo che un giorno avrei suonato in una grande orchestra e che avrei guidato una moto, oggi ho una Panda rossa e faccio l’insegnante di lettere.

Dopo essermi seduta dietro tante cattedre di tante scuole e aule diverse, finalmente mi sono ritrovata con altri fortunati a fare un corso di formazione, al termine del mio anno di prova, sì perché finalmente sono una docente di ruolo e non più precaria, sono una prof a tutti gli effetti e non una di passaggio che nessuno ascolta perché tanto si deve fare le ossa.  Come ultimo atto di un lungo percorso passato a ruotare intorno a cattedre di ogni tipo, corsi, corsetti, corse dietro a treni, pullman che sfrecciano, parcheggi che non si trovano, oggi docente, domani alunna, oggi docente, domani alunna … avevo bisogno di essere messa alla prova, come una macchina, come un paio di scarpe, come un vestito, come...

Ancora una volta. Ancora una prova.

Corso di formazione. Formazione, bella parola. Vado lì e mi formo, mi formo perché m’informo, informata e formata … prendo forma più che con la mia nutella saltuaria.
Sarò finalmente una professoressa. Anzi scusate una Professoressa. Mi viene quasi da ridere. Ho quarant’anni e mi formo, ho quarant’anni e mi mettono alla prova, ho quarant’anni e sono contenta di tutto questo ... chiariamo: contenta perché è un traguardo, magari un nuovo inizio.
Ho scritto anche una tesina, una relazione e ho dovuto raccontare, tra le altre cose, il mio percorso fino ad oggi. Come sono diventata una prof.
Quello che sto per scrivere avrà il sapore di un ringraziamento, poco importa se non vorrete leggerlo, vi ho informati così potrete chiudere qui, lettore avvisato lettore meno annoiato.

Cosa significa per me insegnare?
Imparare, questo significa per me insegnare, penso di averlo già scritto qui in qualche post. La prima qualità che deve avere un prof è certamente l’umiltà, che in realtà, non guasta mai in nessuno, ma in chi insegna è fondamentale per poter sempre essere disposti ad imparare. Questo ho scritto nella mia relazione: chi insegna deve essere disposto ad imparare e a mettersi continuamente in discussione; i docenti che non fanno questo non sono bravi docenti, lo scrivo e mi prendo tutte le responsabilità di ciò che dico. Finora sono stata sempre l’ultima arrivata in ogni scuola, o comunque tra gli ultimi, quando si è precari è sempre così,  in alcune scuole è anche meglio non parlare e farsi trasparente, , tanto nessuno ti ascolterebbe, sei precaria, passi e vai via, ma di prof ne ho osservati molti e ho capito, anche se un po’ lo sospettavo, quale prof avrei voluto essere.

Entrare in classe, questo è stato il mio corso di formazione.
Ascoltare colleghi esperti e disposti a trasmettere ed ascoltarmi, questo è stato il mio corso di formazione. 
Ascoltare ogni singolo alunno e leggere ogni singolo suo testo, questo è stato il mio corso di formazione.




Ero una prof noiosissima, mi annoiavo da sola, non che stia dicendo che ora non lo sia, lascio ai miei studenti il giudizio, ma dopo le prime esperienze ho deciso che avrei fatto di tutto per non essere come molti dei miei prof, quelli che mi avevano fatto addormentare sui banchi e che mi avevano fatto capire che a scuola ci si doveva venire perché era un obbligo studiare, perché dovevo fare quello e basta, un mio dovere di bambina, poi di adolescente. Dovevo quindi liberarmi dalla noia e riuscire a trovare un modo per trasformare il dovere in piacere dello stare in classe, in piacere di condividere, in piacere di imparare.
Questo il mio esordio, inizio noioso ma segnato da un impegno niente male: convincere i miei alunni che la scuola non è una galera.

Cara vicepreside, dico a te, sì, la mia attuale vicepreside, credo che la tua dedizione alla scuola non sia eguagliata da nessun altro docente o vicepreside o preside in nessuna scuola d’ Italia. Da te ho imparato cosa sia realmente la scuola, scuola intesa come istituzione, i suoi meccanismi cervellotici, la sua burocrazia, spesso pesante, ho imparato a gestire i rapporti nella scuola, con la scuola, con il fuori dalla scuola.  Beh! ringrazia chi ha più esperienza, facile!  Siete sicuri? Sapete quanta gente c’è nel  mondo della scuola che si fa i fatti propri? Chi fa finta di non sapere, chi rimanda, chi ti manda da altri, chi non ha voglia di rispondere, chi non sa, chi ti tratta da matricola che scoccia...troppo polemica? Provate voi! In fondo chi obbliga i docenti sicuri ad aiutare quelli di passaggio? Nessuno. Grazie Geppina. Per questo e per molto altro, non credo che tutti possano vantare una vicepreside che dice ti voglio bene al posto di un buongiorno ... anche quando mi chiamerai al telefono ed esordirai dicendo Ho 100 minuti di chiamate gratis quindi ti ho chiamato. Risponderò sempre.

Vediamo un po’ ... sì, passiamo alle capre. No, non sono i miei studenti, poverini, non mi sognerei mai di chiamarli capre. Purtroppo il mio professore di storia dell’arte del liceo ci chiamava proprio così Capre! Bella sensazione. E per tutta risposta studiavamo arte in modo superficiale, tra una leccata di sale e l’altra, fino a che sono diventata una vera capra in storia dell’arte. Ora, ne sono sempre stata cosciente, ma quando trovi colleghe mostruosamente brave e per di più di arte ... non ti resta che belare. E sì, Ale, tocca a te. Proprio oggi abbiamo visto insieme ai ragazzi il prodotto finale del nostro ultimo progetto ... cara ragazza mi hai fatto piangere. Il discorso sulle capre era tanto per dire, sai che mi piace giocare con le parole, volevo dirti che è un piacere lavorare con te, siamo sulla stessa lunghezza d’onda e spesso sarebbe meglio non incontrarsi, ad ogni cambio di ora, ricreazione, collegio, consiglio ... corriamo sempre il rischio di rivoluzionare la nostra programmazione, ogni volta idee, progetti, follie nuove, anche se a noi non spaventa nulla, anzi più ne combiniamo e meglio è. Le mie pazze idee saranno sempre a tua disposizione, fanne ciò che vuoi. Mi raccomando di non smarrire mai la cosa più preziosa che hai: la tenerezza, il mondo ha dimenticato questo elegante sentimento, scambiando la sua semplicità e spontaneità per banalità o debolezza. A me però è venuta voglia di studiare storia dell’arte.

È ormai chiaro che sto parlando di persone che mi hanno insegnato qualcosa ... non se ne vogliano gli assenti, che peraltro mai leggeranno.

Il sorriso. Ci sono tre amici e colleghi che rallegrano le mie giornate a scuola: Bart, Fabflute ed Ale. Di sorrisi ce n’è sempre bisogno, ma nel luogo in cui lavori ancora di più; definire queste tre persone pazze, nel senso buono del termine, è dire poco, certamente sono ottimi docenti, ma ridere con voi significa dimenticare che ti sei appena arrabbiato col mondo e io quello mi aspetto ogni volta che stiamo insieme. Occhio però che d’ora in avanti ai collegi mi siederò sempre dietro, così per un po’ sarò io a farvi gli scherzi...ops, forse non dovevo dirlo, ma tanto chi vuoi che legga?

Ci sono due persone particolari che vorrei ricordare, due amiche che conobbi facendo il corso biennale per prendere l’abilitazione, un corso dei tanti fatti. Quel periodo non è stato un granché, tornare a studiare e per due lunghi anni fu molto impegnativo. L’unica cosa che diede valore a quegli anni fu la conoscenza di persone speciali, due in particolare, anche loro prof ma soprattutto amiche. Cosa c’è di loro nel mio essere prof? Da Vale ho imparato il piacere del racconto, il gusto di ascoltare e quello di narrare, tanta esperienza, tanta cultura, ma soprattutto il saper dipingere con le parole una storia. Insegnare a raccontare mi affascina sempre, mi diverte, sperimentando tanti modi diversi di narrare ... e spesso mi ritrovo a pensare a Vale e alla nostra passione in comune per Calvino. Devo a Vale e Miri anche una cosa importante: la mia autostima. Spesso la perdo, non credo di meritare tanto, ma loro due mi hanno fatto sempre sentire una prof che fa bene il suo mestiere. A Miri dico grazie perché di fronte ad ogni problema siamo riuscite sempre a sdrammatizzare, abbiamo condiviso il nostro senso pratico e così ogni consiglio è stato sempre efficace.  

Da prof come potrei non ringraziare tutti i miei studenti?
Ringrazio quelli che mi hanno fatto sudare, arrabbiare, gridare, quelli che mi hanno ascoltato, confidato i loro segreti, creduto e avuto fiducia in me, quelli che amano studiar e quelli che odiano la scuola, quelli che usano i congiuntivi e quelli che hanno la congiuntivite, quelli bravi che magari ho spesso trascurato, quelli meno bravi ai quali ho dedicato più tempo, quelli ai quali sto antipatica, quelli che mi scrivono i fogliettini, quelli che ridono con me e quelli che ridono di me, chi dimentica sempre il quaderno, chi ha riso quando ho detto facciamo un brainstorming, gli studenti che si sono commossi ad una mia lezione, quelli invece che avrebbero voluto essere altrove, le lacrime di gioia, quelle di rabbia, lo sguardo attento o gli occhi assonnati, la penna finita, il diario senza compiti, la firma di mamma, il voto di storia, prof mi dai sette? prof diglielo tu!
prof che ore sono? prof ... ma ci siamo dimenticati di fare ricreazione!!!
Bello ... quando capita che ci dimentichiamo di fare ricreazione è bellissimo. Eravamo tanto presi dal lavoro che ci siamo dimenticati. Quando capita capisci che quel giorno era il giorno, l’ora, l’argomento, le parole, l’atmosfera ... tutto giusto. E non mi chiedete ancora perché mi piace il mio lavoro.

Serendipità ... lasciamo che ogni conoscenza diventi una scoperta...questo ho scritto nella mia relazione.

A questo punto dovrei ringraziare ancora una persona, ma credo proprio che ne farò a meno. Questa persona mi ha aiutato più di chiunque altro a scoprire quale tipo di insegnante volessi essere, lei dice che ce l’avevo dentro e dovevo solo tirar fuori quello che già ero, io sono convinta che ogni incontro o evento possa diventare la chiave giusta, se questo non accadesse potremmo restare per tutta la vita senza scoprire molte cose di noi.
Questa persona è una prof, una grande prof, ma non posso parlare di lei perché non ne sarebbe contenta, anzi rischierei di brutto nominandola, anzi se dovesse leggere mi direbbe che sono ridicola, soprattutto non penso abbia piacere nel leggere queste parole di stima, che mi chiedo se mai ricambierà, forse un giorno ...
Chi lo sa ... spesso non vediamo cose non vogliamo vedere e la vita ci confonde, ci offende, ci accusa, e mentre girano un altro film tu ti trovi a passare da comparsa davanti alla macchina da presa ...
Tante persone penso di aver dimenticato, molte volutamente scorderei, ma per ora credo di aver reso l’idea di come per un prof sia veramente difficile diventare un vero prof.
Voglio pensare a questo traguardo come ad un nuovo inizio. Il 22 farò l’ennesimo esame e una parte della mia vita si concluderà, vorrei condividere quel giorno con tutti questi miei amici, molti ci saranno, molti non potranno esserci, anche se qualcuno non vorrà esserci e sarà quello che più mi mancherà ... lo porterò lo stesso con me.
Ciao

Simona

sabato 8 giugno 2013

Lacrime di pioggia

“E che ci sto a fare io!”
Non pronunciare queste parole se poi, quando è il tuo turno, non sai ascoltarle.

Era l’ennesima giornata di sole, va bene il sole, va bene il caldo e va bene non lamentarsi con il rischio poi di farsi dei nemici, ma lui? Ditemi ora lui che fine avrebbe fatto. 
Se ne stava pensieroso a rimpiangere i tempi degli acquazzoni, sentiva addirittura il suono dell’acqua scendergli sopra. Gelida era magnifica, ma anche tiepida poteva andare. 
Giù. Pioveva a catinelle da un cielo arrabbiato senza soluzioni, senza compromessi. Guardava attraverso un vetro mentre forte scorrevano i pensieri che lo portavano indietro nel tempo ...
Guarda che piove! Va bene mamma, prendo l’ombrello.
Che cielo scuro...sta per piovere. Hai portato l’ombrello?
Porca miseria! Guarda come la butta ... e ho lasciato l’ombrello in macchina!
Poesia per le sue orecchie!



Ora, confuso tra fiori e colori, non sapeva quale sarebbe stata la sua sorte, o meglio, lo sapeva ma non ci voleva pensare. Non voleva più aspettare che qualcuno avesse bisogno di lui, che la pioggia tornasse per essere di nuovo utile.
Piccolo, o creduto tale, spesso qualcuno non lo prendeva in considerazione, magari lo dimenticava in qualche posto perché non ricordava di averlo con sé, perché era scontato, perché non gli dava troppa importanza o magari perché preferiva un raffreddore a lui.
Non ci pensò due volte, stretto nel suo abito blu con la cinta in vita, aspettò il momento giusto e scappò via. Non pensò a chi lasciava, a chi l’avrebbe cercato sotto nuvole passeggere.
La pioggia li avrebbe bagnati, il sole subito asciugati.
Pensò solo a se stesso, pensò di andare dove mai nessuno si fosse scordato di lui, neanche per una stagione.
Ombrello andò verso la pioggia, prese la via che andava lontano, dall’altra parte del qui, oltre il tempo.
Ombrello desiderava solo la pioggia.
Troppo tardi pensò che la mano amica che lo stringeva non poteva essere altrove.
Troppo tardi pensò che non bisogna aspettare la pioggia e che un ombrello si apre anche per ripararci dal sole.


sabato 18 maggio 2013

ACCODATI!


Se un maglione non entra più nel cassetto o fai ordine o lo metti in un altro cassetto. 
-         Ma dove sono?
-         In un altro ... armadio

Mi hai detto ACCODATI ed ho capito quanto valessi per te...

Driiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiin
Prima o poi l’avrebbe distrutta quella sveglia. Quella orribile, panciuta, puntuale, assordante, orripilante sveglia mangia minuti. Possibile che il tempo alle sette di mattina trascorresse più velocemente?! Soprattutto quella mattina poi, aveva più sonno del solito e un gran mal di testa. Sentiva le tempie pulsarle e gli occhi non volevano proprio saperne di guardare il mondo. Eh sì, aveva esagerato alla festa del giorno prima, lo doveva ammettere, ma ne era valsa la pena, non riusciva a ricordare quando era stata l'ultima volta che si era divertita così tanto. 
Nonostante tutto avrebbe dovuto ricordare di comprare un’altra sveglia, va bene la festa esagerata, ma svegliarsi con quel chiasso le avrebbe rovinato tutta la giornata, se non la settimana ... Avrebbe dovuto comprare una di quelle svegliette discrete che si fanno a malapena sentire all’ ora concordata, solo con un tenue cinguettio, dolce suono che l'avrebbe accompagnata con grazia fuori dalla sua calda cuccia notturna. Si fece un promemoria, o per lo meno tentò di farsi un promemoria ... ma le palpebre si stavano facendo di nuovo pesanti, e ... e ... nooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo
Quel giorno no! Doveva fare una marea di cose che l’avrebbero tenuta occupata per l’intera mattinata.
Uffa!
Doveva alzarsi.
Colazione, bagno, e il ricordo della festa che pian piano riaffiorava nella mente cercando di addolcire quel mal di testa martellante. Ele e Taty, ... risate, ricordi, un porto sicuro, caldo, bello ridere insieme, condividere i racconti di giorni solitari, nei quali non avevano potuto incontrarsi, scambiarsi idee, ... costruire insieme momenti ... bello, bellissimo!
Avrebbe affrontato la giornata con il cuore appagato, sazio di momenti preziosi, che l' avrebbero cullata per un bel po’ e accompagnata in un lungo e noioso tour.
A quanto pare il mondo fuori non aveva fatto una piega, la notte lo aveva lasciato indenne e il mattino lo aveva ritrovato come prima. Il cielo era lì, la strada pure, i lampioni, le strisce pedonali, il semaforo, la farmacia, i passi di chi ha fretta, i salti di chi è allegro, la camminata misurata di chi è pigro o magari solo calmo, il dondolio del suo amico cane zoppo, i fiori dei balconi, l’acqua della fontana, il vento di primavera (...c’è sempre il vento nei miei racconti...lo faremo soffiare forte un giorno). 
Insomma, tutto era al sicuro, niente l'avrebbe messa di fronte a scelte, novità, cambiamenti, turbamenti ... non si sarebbe dovuta preoccupare. Sì, perché doveva riconoscere a se stessa, ma solo ogni tanto, che non era proprio il tipo calmo e sicuro che tutti vedevano da fuori, l’ansia di fronte all’ imprevisto diventava la sua cattiva consigliera, anche se poi adattarsi era un attimo ... facciamo due, di attimi. D'altronde la vita l' aveva messa di fronte a mille difficoltà e aveva imparato presto ad adattarsi.

Era nata così, dire che si era sentita sempre a suo agio era troppo, spesso per lei era stato un vero problema, soprattutto davanti ai suoi simili ... gli altri. Gli altri che dopo qualche sguardo in più, una mezza risatina nascosta tra i baffi, la lasciavano stare, in fondo non faceva differenza per loro. Uno scherzo della natura, questo era, solo uno scherzo della natura, un piccolo difetto di fabbrica a cui neanche faceva più caso. E viveva così, tra un’autostima traballante e il rischio di qualche risatina in più.
La mattina avanzava e il tempo correva.


Prima tappa: supermercato.
Quel sabato il supermercato era affollato, come tutti i fine settimana. Doveva comprare una marea di cosette e sempre tutto di corsa. Arrivò alla cassa con un carrello strapieno, aveva preso talmente tante scatolette che quasi non riusciva a vedere dove andasse. Dopo una lunga, anzi lunghissima fila finalmente era arrivato il suo turno, spinse il carrello avanti e cominciò a depositare i suoi acquisti sul nastro quando si accorse ... ma come non vederla prima? La sua amica Ele era alla cassa.
Ele era sempre stata dolce e disponibile, di scarse manifestazioni d’affetto, ma sempre presente quando aveva avuto bisogno di lei. Lavorava da qualche anno come cassiera in quel supermercato e da allora la sua vita era serena e felice, dopo anni passati alla ricerca di un lavoro. Era un po’ grassottella, lo era sempre stata, e il suo lavoro non l’aiutava di certo, amava la buona tavola, mangiare in buona compagnia, divorava di tutto e a tutte le ore. 
Ele allungò la sua lunga proboscide e avvicinò gli acquisti della sua amica alla cassa. Era stranamente taciturna, forse era stanca, neanche la guardava, non l'aveva riconosciuta? eppure si erano viste la sera prima! Ma no ... magari era indaffarata o forse non voleva far vedere che dava troppa confidenza ai clienti. L’assecondò. Anche se quel silenzio un pochino la faceva pensare, si arrese alle circostanze, non riuscendo completamente a digerire la sensazione di essere stata “non riconosciuta” di proposito. Pagò il conto e cominciò a riempire le buste di scatolame vario. Proprio mentre si accingeva a riempire la quarta busta, un lampo! o nooooooooooooo! aveva dimenticato il sapone! Sarebbe dovuta tornare indietro a riprenderlo, ma soprattutto rientrare nel supermercato e rifare la fila, perché ormai aveva oltrepassato la cassa. In un ultimo estremo tentativo cercò di vincere quella inspiegabile indifferenza “Scusa Eli, ma ho dimenticato di prendere una cosa, devo assolutamente rientrare e ...”. Fu in quell’istante che la sua amica barrì un verbo, quel verbo che lei odiava da sempre e che in quel momento ebbe il sapore di un insulto. “ACCODATI” disse l’enorme pachiderma appollaiato dietro la cassa. E neanche aveva alzato lo sguardo! Non voleva più riconoscerla? Impossibile, ora sembrava veramente impossibile! Inspiegabile! Cosa era successo da ieri sera ad oggi? Alla festa  Eli le aveva raccontato tante cose, segreti, dubbi, problemi, le aveva chiesto consigli, le aveva parlato apertamente e lei, sempre ad ascoltare, le aveva dato consigli col cuore in una mano e la ragione nell’ altra, era così che ad Eli piaceva, uno sguardo fuori complice e razionale allo stesso tempo.
Quella risposta era stata peggio di una doccia gelata. Aveva sentito un forte sentimento di esclusione, patti non rispettati, parole false, dubbi confermati...
Accodati...accodati...accodati la parola le martellava il cervello facendo di nuovo posto al mal di testa appena dimenticato. In fondo le chiedeva solo di aspettare un attimo e di non farle rifare quella interminabile fila!
Eli aveva compreso il senso reale di quella risposta? Sapeva quanto la scelta di quel verbo la ferisse? Non seppe rispondere a queste domande. La sua amica l'aveva offesa colpendola dove faceva più male, incosciente o no lo aveva fatto, facendola sentire una nullità. Prima con l'indifferenza poi con la scelta del verbo.
Rimase nel dubbio e senza il sapone. Prese le sue buste e se ne andò.

Seconda tappa: Ufficio Postale.
Quella sveglia maledetta le aveva rovinato la giornata, quel drin era stato presagio di cattivi incontri, lo sapeva, lo sapeva da tempo che quella sveglia avrebbe dovuto gettarla via, annunciatrice di giornate disastrose. Sveglia! E meno male che alcune volte si svegliava da sola! ... quel drin, quella mattina, la stava svegliando proprio per bene.
Cercò di non pensarci, pronto per la prossima tappa della giornata, così tornò al quel sabato strapieno come tutti i giorni di libertà, nel quale si accumulavano pensieri e impegni.
Spinse la porta a vetri dell’Ufficio Postale ed ebbe subito la certezza che avrebbe trascorso almeno una buona mezzora lì dentro, tra scadenze, pagamenti, pacchi e pacchetti, moduli e francobolli ...
La sua speranza in verità era anche un’altra: proprio alla posta lavorava Taty, amica di lunga data, forse con lei avrebbe potuto parlare di Eli e di quello che poco fa era accaduto al supermercato. La fila, però, non la faceva ben sperare, la sua amica non avrebbe potuto dedicarle molto tempo in quell’ affollata mattinata.
Doveva riempire un semplice modulo per una richiesta, roba da poco, ma aveva il numero 44 e lo sportello era sovrastato da un lampeggiante e rosso 30! Si sedette pazientemente. Non voleva pensare ad Eli, ma la sua testa non le diede altra scelta. Abbandonata, questa era la definizione giusta. Si sentiva così, e poi...quella parola...i suoi amici sapevano che la sua autostima viveva in bilico, era facile darle un colpettino e buttarla giù, convincerla che non valeva niente e che era solo una fallita guardiana di zoo. Fare la guardia era il suo mestiere, solo quello sapeva fare e aveva sempre fatto, nonostante tutto e tutti, sfidando problemi e insicurezze. Ogni giorno lottava con se stessa, cercando motivi che la convincessero che era brava nel suo mestiere, che sapeva fare quello che faceva, che aveva scelto di fare, mestiere per il quale aveva lottato e non poco.
44
Venne il suo turno. Recuperò il modulo compilato dalla tasca, si diresse verso lo sportello e proprio in quel momento si accorse dell’errore che aveva fatto...Aveva sbagliato modulo! Ma una! C’era, dico, una cosa sola che gli potesse andare bene quella mattina?
Maledetta sveglia!
Taty la guardò interrogativo da dietro i suoi spessi occhiali, non le rivolse la parola, neanche la salutò, la guardava e basta. Stava succedendo di nuovo ... ma ... si era veramente alzata quella mattina o stava sognando?
Incurante dell’ennesima strana reazione “Scusa Taty – disse – ho sbagliato a riempire il modulo, ero distratta, posso averne un altro e riempirlo velocemente?”. 
Il mondo cominciò a girare, l’Ufficio Postale non era più lo stesso, i numeri impazzirono in una girandola di colori e geometrie varie, vedeva montagne di moduli volteggiare sulla sua testa, mentre una strana indifferenza dominava le persone abbarbicate sulle panchine o in fila in attesa del proprio turno. 
Possibile che non vedevano quello che stava succedendo?
Taty, un' amica sincera, ma molto distratta; da sempre aveva avuto problemi agli occhi, non ci vedeva molto bene ed era costretta ad indossare occhiali dalle lenti molto spesse. I suoi occhi ti scrutavano a lungo sgusciando furtivi e minuscoli da uno sguardo curioso, che ogni volta ti dava l’impressione che Taty ti guardasse sempre come se non ti conoscesse. Viveva in un piccolo appartamento ricavato in uno scantinato, era buio, ma i suoi occhi non avrebbero potuto resistere a troppa luce, quindi, nella sfortuna, era stata fortunata. La cosa che stupiva di più era che l’impressione del suo sguardo interrogativo e confuso rispecchiasse poi quel suo carattere così spontaneo ma anche molto distratto, dimenticava facilmente ed era perennemente in ritardo. Quindi, quando lì, in quell’ ufficio sovraffollato di gente stufa e col pensiero altrove, la nostra amica sentì di nuovo quella parola riempirle la testa, all'inizio pensò veramente che Taty non l'avesse riconosciuta, era possibile viste le sue condizioni, poi...quando alle sue continue richieste la risposta fu sempre la stessa, non voleva proprio credere alle sue orecchie.
ACCODATI
Avrebbe voluto chiedere alla signora vestita di bianco con le ali ripiegate su se stesse, se avesse sentito anche lei la parola di quella cieca talpa con la faccia a due centimetri dal pc. Non lo fece. Non chiese niente a nessuno, perché nessuno avrebbe mai potuto rispondere. Ognuno pensava ai fatti propri, e in quel momento erano tutti concentrati a sbrigarsi, volevano uscire da lì.
Sola. Questa volta si sentiva sola. Ebbe il forte desiderio di andare a cercare uno specchio, voleva esser certa di esistere, di non essere trasparente. Il solito pizzicotto non avrebbe funzionato, non sarebbe bastato, neanche ci provò.
Accodati ... accodati ... accodati
Non ce la poteva fare, sicurezze che si trasformavano in parole al vento, messa da parte, dimenticata, si doveva arrendere a chi non vedeva o non capiva.
Anni nei quali si era sentita data per scontata.
Decise che per quel giorno, avrebbe chiuso lì la sua giornata di impegni. Il rischio che qualcun altro avrebbe potuto sbatterle in faccia indifferenza e offesa era grande e non lo voleva correre.
Quella maledetta sveglia! La prima cosa che avrebbe fatto sarebbe stato buttarla via, sì, doveva farlo, doveva impedire che altri le dicessero che era ora di svegliarsi e cominciare a svegliarsi da sola.
Trascorse tutta il giorno nascosta in una nuvola di folta nebbia, galleggiando tra pensieri e domande senza risposta. Ormai non credeva più in se stessa, l’offesa era stata lanciata, da chi? Da chi credeva un porto sicuro. Chi aveva fatto finta di non conoscerla, chi, senza pensare o con consapevolezza, le aveva detto con indifferenza ACCODATI, a lei, un cane senza coda.



venerdì 3 maggio 2013

Il mio silenzio



[...]  Invece ho solo bisogno di silenzio
tanto ho parlato, troppo
è arrivato il tempo di tacere
di raccogliere i pensieri
allegri, tristi, dolci, amari,
ce ne sono tanti dentro ognuno di noi.
Gli amici veri, pochi, uno ?
sanno ascoltare anche il silenzio,
sanno aspettare, capire.
Chi di parole da me ne ha avute tante
e non ne vuole più,
ha bisogno, come me, di silenzio.
Alda Merini, Ho bisogno di silezio

Arriva all’improvviso come un temporale estivo. La terra è calda di sole, il mondo tace e riposa, un tuono taglia il cielo e comincia a piovere; piove forte, l’acqua strappa i timpani di un mondo addormentato, è violenta, è necessaria ... la polvere si placa e un forte odore di terra riempie le narici.



Fa paura il mio silenzio. Non ci sono parole, ma solo pensieri. Il mio silenzio fa paura.

Si riempie di me, cammina adagio, naviga in acque solitarie, fronteggia la superficialità della parola.

Arriva quando non è necessario dire, quando altro di me comunica col mondo, arriva quando è inutile dire perché altri non ti ascolteranno, arriva quando la parola ha bisogno di coraggio e non può esistere povera di pensiero e di tempo, umile, leggera, senza il peso di una lunga meditazione, arriva perché non è giusto riempire sempre gli altri di noi. Arriva, ma non so quando andrà via.

Il mio silenzio è una risposta e quando risponde blocca il fiato e il cuore ti confida che in quel momento vorrebbe essere altrove e lasciarti solo. Solo con te, solo in quell’assenza, che ha dimenticato come si fa a parlare e lotta con chi l’ha sempre odiato e temuto. Si impone perché sente il dolore paralizzare il giorno ... e la pioggia scenderà più prepotente, mentre i vetri già iniziano  a piangere spingendo lo sguardo al di qua, impedendogli di fuggire.

Risponde a chi crede di conoscere la verità, risponde a chi urla menzogne, risponde a chi non comprende o non ha il desiderio di farlo, o a chi non l’ha mai fatto sicuro del contrario. Risponde alle minacce, le minacce di fare silenzio, obbedisce, ma è ormai tardi per comprendere, per tornare indietro, per perdonare, per spiegare.

Al mio silenzio risponde il silenzio. Si sente dire che è un silenzio infantile ... ma infantile è chi non ha il coraggio di comprendere, quel muro supponente che non comprende parola o pausa.

Il mio silenzio trasforma le certezze in dubbi, allunga le ore, svuota i momenti di risate, logora chi vuole parole ma è incapace di dirlo, questo hanno detto di lui.
Allora si riempie di rimpianto, il rimpianto delle cose non dette, delle emozioni non sentite, dei momenti non catturati, si riempie ma non vuole farlo, schiavo di chi ha pensato e detto per lui, schiavo di chi per dispetto lo ha sfidato col silenzio, il suo nemico adolescente mai cresciuto, incapace di comprendere che il silenzio è altro da lui, incapace di rispettare, incapace di aver fiducia, incapace di star fuori, per un momento solo, dal mio mondo.

Il mio silenzio ha mangiato troppe parole, troppe menzogne, troppi insulti, vorrebbe trovare il fiato sufficiente, ma in quel negozio ha trovato solo un povero, vecchio asmatico verbo ... 

domenica 28 aprile 2013

Perché scrivere oggi?


Perché ho scelto di insegnare?
Perché ho sempre voglia di imparare.

Certamente oggi è stata una lunga giornata. Quando le giornate diventano lunghe significa che la speranza che arrivi presto la sera, la notte, cresce sempre di più, ogni minuto che passa. Perché scrivere? Perché oggi ho letto troppo, letto di tutto, ascoltato di peggio, pensato di più. Non è che generalmente non pensi, ma essere costretta a riflessioni che non vorresti fare, a pensieri che non vorresti avere, a sguardi che non vorresti incrociare...seppur solo nei ricordi, non è sempre facile, non è sempre “volontario” o salutare.
Tanti gli “attori” della giornata. Tanti i piedi a far rumore su un palcoscenico affollato e rumoroso. Tanti copioni e ...altrettanti ricopioni, lanciatori di link, smanettatori maniaci di post altrui che la mano lancia lontano magari senza leggere o controllare e spesso senza commentare. 

La parola del giorno è VIOLENZA. Si, l’ho urlata, ok? VIOLENZA!

A me la violenza non piace, mi spaventa, mi toglie il fiato e qualsiasi capacità logica di reazione. Ho conosciuto la violenza...quella verbale, quella violenza che fa rima con minaccia. Questo è bastato a togliermi la parola, ma non certo il disprezzo e l’odio contro la violenza, anzi ne ha aumentato il disgusto.

Io odio la violenza ... non dovevo dirlo? Odio è violenza? No, l’odio è un sentimento, un brutto sentimento che ti consuma dentro, fine a se stesso, anzi che ha fine in te stesso, ci fa male, ci corrode ma non porta a niente se non a consumarci, purtroppo quando c’è è anche difficile cancellarlo, gli animi e le persone non hanno tutte la stessa forza. Quando l’odio si trasforma in violenza esce fuori da te. Da me non è mai uscito l’odio, nel senso che non si è mai trasformato in violenza, mi ha consumato e basta, ho avuto spesso parole di rabbia o rancore, ma, penso, completamente giustificate, mentre chi ne ha avute per me non era giustificato e mi ha fortemente deluso. Ma questa è un’altra storia.

Oggi, 28 aprile, l’odio il rancore la rabbia i problemi la vita di una persona si sono trasformati in violenza.




Un uomo ha sparato a due altri uomini perché “non ce l’aveva con loro” semplicemente ce l’aveva con chi loro rappresentano. Quest’uomo è stato chiamato folle, poi è stato chiamato disperato ... e certamente la differenza tra le due definizioni è enorme. Ora “da folle è folle e quindi va fermato  e punito per questo, da disperato va compreso e quindi magari anche aiutato” così dicono i più. Comprendiamo?

So che il mio Bel Paese non si trova certamente in buone condizioni, sarebbe da stupidi ed irresponsabili dire che non è così, dire che non ci sono persone che hanno problemi di vario tipo, che la sfiducia nelle Istituzioni, nella giustizia, in chi ci rappresenta o dovrebbe farlo sia un sentimento molto diffuso.
Ma non per questo si può giustificare e neanche comprendere la violenza. No, non si può.
Dobbiamo essere disposti a ragionarci su, riflettere su cosa può accadere in una situazione difficile, quando una persona disperata non ce la fa più, tanto che la sua disperazione potrebbe portarlo a gesti estremi, possiamo e dobbiamo aiutare chi è in difficoltà, chiedere a chi deve aiutare di farlo, aiutarci magari l’un l’altro, ma crederci ... ricordiamo la costituzione?

« La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. »
art. 2

si parla di solidarietà vero? ah mi era sembrato, io credo nella costituzione, tutti dovremmo farlo, ma mai e poi mai possiamo arrivare a dire che la disperazione giustifica la violenza o peggio inneggiare al gesto di violenza, perché tale resta in ogni caso.
Io ho letto la nostra Costituzione, io la insegno e la faccio studiare e non sono un avvocato o un docente di giurisprudenza. Sono solo una semplice insegnante di lettere in una scuola media (chiamiamola così che è più diretto),anche se ancor prima di essere un’insegnante sarei una persona, e poi anche una cittadina italiana.

Insegno ai miei alunni che la violenza non è mai la soluzione, che il dialogo è la sola strada della comprensione e della solidarietà, che bisogna che ci aiutiamo gli uni con gli altri.
Insegno loro che se io sto dietro una cattedra sto lì per parlare ma anche per ascoltare, l’aula è il luogo del dialogo e così deve essere la società. Insegno loro che non bisogna urlare, che tutti possiamo parlare se lo facciamo in modo composto, insegno a chiedere scusa, a parlare apertamente, ad esprimere le loro opinioni, cerco di insegnare loro ad avere loro idee ... insomma le parole riempiono la mia classe.

Ora vi chiedo: è così difficile? Non mi venite a dire che la scuola è diventata altro dalla società, o che la scuola è lontana dalla società. I realtà è la società che si sta allontanando dalla scuola e chiede a me di rimediare, a me come agli altri docenti. Cosa dovrei fare io? Insegnare ad urlare? Insegnare che la violenza è giustificata se una persona perde il lavoro o rimane solo? Così andrebbe meglio? Cosa devo insegnare? Che i carabinieri o la polizia non ci difendono ma difendono solo chi non ci governa come vorremmo? Devo insegnare che strillare per farsi sentire o accusare o scaricare colpe è legittimo? Questo è quello che ho visto e sentito e letto oggi ... e sono inorridita.

Io chiedo scusa ai miei alunni quando sbaglio o li interrompo mentre parlano o leggono, spiego loro le regole invece di ordinare, non impongo il mio modo di pensare, chiedo la loro opinione anche per distribuire le ore durante la settimana o dare compiti, non strillo mai con loro. Ma soprattutto insegno cosa significa: responsabilità, dovere, solidarietà, rispetto, emozione, sentimento.

Ora vi chiedo: è così difficile? Sì, per me diventa sempre più difficile, se poi fuori, fuori nel mondo che loro, i miei alunni, abitano e si preparano a vivere con maggior consapevolezza, autonomia e maturità, c'è chi inneggia alla violenza.

Sbaglio io a voler insegnare tutte queste belle cose? Sono un’illusa? Ingenua?

A cosa serve la violenza? A NIENTE

Vogliamo dare il buon esempio e cancellare la violenza dalle nostre parole? Cancellarla dai toni, dai contenuti, dalle accuse reciproche, dalle strumentalizzazioni, dalle bocche di chi strilla e non si accorge di sputare proclami e di avere invece una grande responsabilità? La responsabilità dell’esempio.

Perché scrivere? Oggi ho voluto scrivere perché non mi piace la violenza, degli atti come delle parole. Le parole di violenza istigano e fomentano, si tramutano in altra violenza. Oggi ho voluto scrivere perché di fronte ad un atto di violenza, perché questo è stato, molti hanno giustificato, inneggiato, fomentato. E questo è peggio della violenza e io non ci sto, sebbene viva in un Paese e ne riconosca, purtroppo, le difficoltà. Io non ci sto, perché ognuno è libero di dire ciò che vuole, ma tutti dovrebbero sempre tenere a mente che le parole hanno un enorme valore, hanno conseguenze, restano nelle menti, colpiscono, ed è per questo che io vorrei maggiore responsabilità in chi usa le parole, libertà sì, ma anche responsabilità.


sabato 6 aprile 2013

Dimmi cos’è


se si potesse viaggiare nel tempo, non sbaglieremmo più i congiuntivi

- Dai, forza! Non farti pregare! Dimmi cos’è, com’è... su! Io non sono sicura di averlo capito bene, ancora no. A chi altro potrei chiederlo?

- Non è facile rispondere alla tua domanda, tra l’altro non sono sicura di conoscere bene la risposta ... non hai altro da chiedere?

- No. Ho solo questa domanda per te. Diciamo che per ora è la più importante. E poi, dai tuoi occhi, capisco che tu sai la risposta ma non vuoi aiutarmi. Perché? Puoi dirmi quello che vuoi, siamo solo io e te. Qui. Per ora. Ho bisogno di una risposta.

- È proprio questo il problema: non esiste una risposta. Ce ne sono tante. Tutti modi diversi di vivere, personali, irripetibili. Come spiegare? Spiegare mi sa tanto di teorema di Pitagora. Ci vuole tempo, le parole giuste ... è difficile, qualsiasi risposta non sarebbe completa.

- Ma noi ne abbiamo di tempo! Il tempo, quello tra noi due, ce lo gestiamo noi, siamo noi che decidiamo quando andare, quando parlare, quando essere. Il tempo non è un problema e qualsiasi risposta per me sarebbe già una soluzione, se, come dici tu, non esiste “la” risposta. Dimmi quello che sai, poi sarà la vita a darmi il resto. Ho bisogno di una finestra, un punto di partenza, un punto di vista dal quale partire per godere di un paesaggio. Una sola foto, poi provvederò io a scattare le mie foto e ti prometto che non saranno mille, ma saranno poche foto scelte, impresse su un vecchio rullino, a costruire il puzzle della mia vita.

- Oddio ... così mi fai sentire in imbarazzo ... sto parlando ad una donna o ad un’adolescente? Tu già sai quello che vuoi, perché hai bisogno di me? delle mie poche certezze?
- Sono solo una ragazzina. E sì, ho bisogno di te e tu sai il perché.
- Mi hai convinto, ma non sarà un discorso breve, né tanto meno semplice. Chiedimi ciò che vuoi, preferisco dialogare, non mi è mai piaciuto predicare da dietro una cattedra.


Dimmi cos’è l’amicizia.
Ci provo. Ma poi non te la prendere con me se non sarò stata esaustiva ... io ti avevo avvertito.
Te la racconterò alla mia maniera, che spero saprai riconoscere e comprendere.
La prima cosa che mi viene in mente è l’ascolto. Amicizia significa saper ascoltare ed essere ascoltati.

- E no, mi avevi promesso spiegazioni, non mi prendere in giro. Ascoltare è facile. Io ascolto musica, ascolto i prof, ascolto prediche ... insomma è facile, basta saper usare le orecchie!

- Ti sbagli. Ascoltare è difficile. Ascoltare non è sentire. Non puoi abbandonarti alla distrazione quando un’amica ti confida, ti parla, ti chiede. Ascoltare significa rispettare. E questo non si fa solo con la testa, si fa con tutto di te, ascoltare è sentire anche cosa le parole vogliono dire oltre se stesse, parole che oltrepassano sguardi, restando incastrate tra le righe di un pentagramma che si sta componendo. Ascoltare significa anche riempirsi di sé. Costruirsi. Noi siamo come dei bicchieri ci riempiamo perché qualcuno ci aiuta a farlo, perché qualcuno è disposto a farlo e noi ci colmiamo delle sue parole; ma ricorda che arrivati al bordo devi poter e saper restituire ciò che ti è stato dato. Ascoltare ed essere ascoltati. 

- Non è semplice parlare. Io non sono mai stata molto capace a parlare, soprattutto quando si tratta di me; non trovo mai le parole giuste, ho paura che gli altri possano fraintendere, alcune cose sono solo mie e non riesco a dirle ... sembra quasi che dicendole non siano più mie o magari siano diverse da come erano nella mia testa.

- Lo so. Quello che devi scoprire è il desiderio di parlare, questa volontà nascerà insieme alla voglia di condividere e non si può fare con chiunque. Vedrai, sarà bello e neanche te ne accorgerai. Chi ha detto poi che non si possano avere dei segreti? o chi ha detto che non si possa stare anche in silenzio? L’amicizia non pone divieti in tal senso. I segreti siamo noi, ognuno di noi si deve appartenere, dobbiamo avere una zona buia con la quale fare i conti o magari solo confortarci alla nostra maniera. Il silenzio è un momento prezioso. Dal silenzio nascono pensieri, nel silenzio siamo solo noi e la nostra coscienza ... ne abbiamo bisogno per crescere da soli, per misurare le nostre forze. Il silenzio placa le nostre paure. Conforta i nostri pensieri.  È il sentiero che porta alla nostra anima. Dopo, solo se saremo pronti, potremo dar voce ai nostri silenzi. Il silenzio va ascoltato e rispettato. Mai frainteso, quando esiste la fiducia.
La fiducia. Questa è la seconda parola magica. Non è male essere diffidenti. Spesso ho ringraziato il destino per la mia diffidenza. L’istinto a volte mi avrebbe portato a scelte sbagliate, non tutte le persone sono adatte a noi. Questione di appartenenza, di affinità. Ma la fiducia è per molti una scelta difficile. Si costruisce gradualmente, è come smontare un muro mattone dopo mattone, si comincia dall’alto, fino a che compaiono gli occhi dell’amico, il suo sguardo che ti dice se puoi continuare a demolire quel muro, e poi giù fino al cuore ... e lì, forse, ti potrai sentire finalmente sicuro. Lasciarsi andare è complicato.
- Ma come si può essere sicuri? Nessuno mai ti dirà se puoi fidarti fino in fondo, se chi ti sta di fronte non ti mentirà mai, se sarà tuo amico per sempre...come?

- Nessuna certezza. Solo il rischio. Ma devi decidere tu se vale la pena affrontarlo. In fin dei conti chi ti sta di fronte sta pensando le stesse cose che pensi tu, ha gli stessi dubbi, si pone le stesse domande. Rischiare insieme non è poi tanto male, rischiare significa vivere, scegliere e l’amicizia è un modo piacevole per farlo anche se la scelta potrebbe essere quella sbagliata e potresti soffrire.

- E il tradimento allora? Lo so che non parliamo d’amore, ma due amici si possono anche tradire. Non so se voglio correre questo rischio. Mai sono stata tradita, ma ho paura di lasciarmi andare, ho paura che tutto finisca e ... finisca male. Magari sarò io a tradire ... non lo so. Non posso escluderlo, non so cosa potrà succedere. Penso all’amicizia come a qualcosa di importante e sicuro. Qualcosa di necessario e confortante. Una coperta sempre pronta a scaldarti. Tu sei mai stata tradita?

- Sei come me. Ho avuto sempre paura dei sentimenti. Il tradimento è insopportabile. Io ... sono stata accusata di aver tradito. Ma non l’ho mai fatto. Se siamo veramente uguali tu non tradirai mai, la tua diffidenza ti divorerà, ti renderà insicura, ma mai tradirai. Io non l’ho mai fatto in tutta la mia vita, in alcuni casi ho preferito non avere fiducia, ma quando ho detto “ti voglio bene” è stato per sempre. Se sono stata tradita? Sì. Qualcuno l’ha fatto. Alcuni sono volati via nell’indifferenza più completa, altri, pochi, restano ancora nel mio cuore. Triste è il momento in cui scopri chi erano i veri amici.

- Come ti sei sentita?

- Le incomprensioni fanno parte di qualsiasi tipo di rapporto umano. Che sia amore, amicizia, ... ma il consiglio che voglio darti è quello di parlare, parlare sempre. Le parole sono tutto ciò che possediamo, servono ad esprimere emozioni, idee, servono a farci venir fuori da quel groviglio di riflessioni che facciamo solo con noi stessi e che finiscono per confonderci e basta. Se non riesci più a parlare o ascoltare l’altro, allora qualcosa non va. Ma parla, anche se la verità è una pesante verità. Credimi, il dolore che si prova quando l’altro non ti ascolta o non ti parla più è un dolore infinito. Una lama che ti taglia in due lasciandoti un vuoto profondo nello stomaco. Allora sei lì che ti chiedi se il tuo amico o la tua amica che ora non ti ascolta più, lo abbia mai fatto veramente. Se sia stato un vero amico sin dall’inizio. E al silenzio si accompagna il dubbio.

- Mi hai risposto. Ho capito. Ho capito che erano amicizie importanti. Forse una. Non riuscirò mai ad affrontare tutto questo. Stiamo parlando di amicizia con la A maiuscola non di due compagne di banco ... vero? Sembra tutto così impegnativo, difficile, troppo per me. Era questo che volevo, ma non so come siamo arrivate a questo punto. Le tue parole sono tristi e dicono di sentimenti ancora vivi, che fanno soffrire.

- Guarda che me lo hai chiesto tu...io parlavo di fiducia. L’altra faccia del tradimento. Ma sì, hai ragione. Ci siamo intristite troppo. Sai, quando un’amicizia diventa molto importate il dolore che si prova per un tradimento, un’offesa, un fraintendimento è grande quanto il bene che si vuole. Faresti qualsiasi cosa per spiegare, per dire che hai sbagliato, chiedere scusa, o magari che è stato tutto un errore. Non essere creduti e ascoltati è la sensazione più opprimente. Forse questo ci ha trascinato, anzi, mi ha trascinato un po’ troppo fuori strada, in riflessioni tristi, come dici tu. Possiamo rimediare. Ma prima voglio darti un altro consiglio.

- Ok per il consiglio, ma poi l’hai promesso. Se tutti dicono che l’amicizia è il più bel sentimento che c’è, allora lo voglio sentire da te, voglio sapere da te perché.

- Fidati, io non ne so nulla. Comunque sarà pure il più bel sentimento che c’è ma ricorda una cosa: non devi mai dimenticare che al primo posto della tua vita ci sei tu. Solamente tu. Non pensare mai di non valere niente, non pensare mai che non puoi farcela da sola, mai e poi mai dovrai pensare che hai assoluto bisogno degli altri, l’unica persona che ti è necessaria sei tu. Per me è ormai troppo tardi. Qualcuno mi ha fatto credere che valevo molto in due e come una stupida ho creduto di valere poco da sola. Ma era talmente bello  valere in due, una goliardica complicità, che ormai non so più cosa sono io.

- Questa cosa non la capisco ... è una di quelle cose che dicevi prima: un groviglio di riflessioni che facciamo solo con noi stessi e che finiscono per confonderci e basta. Scusa, ma non riesco proprio a capire.

- Qualche volta accade di trovare un amico o un’amica importante, esistono tanti tipi di amicizia, hai presente quella che i bambini chiamano l’amichetta del cuore? Ecco. La tua amichetta del cuore è talmente uguale a te che ti diverti con lei qualsiasi cosa facciate insieme. Siete talmente affiatate da pensare le stesse cose, ridere prima di parlare, finirsi le frasi a vicenda, farsi venire idee ... insomma le due parti di una mela. E bada bene parlo di vera amicizia, l’amore non ci interessa, gli amici possono essere più complici a volte di due innamorati.

- Ma, non ti spaventa tutto questo? Prima mi consigli di “non perdermi di vista” poi mi dici che è divertente essere complici. A me spaventa perché ...

- Dimmelo tu perché. Vorrei sapere cosa ne pensi.

- Ecco. A pensarci bene ... il tradimento mi ha lasciato troppo amaro in bocca e forse questa ... complementarietà, la possiamo chiamare così? insomma questo essere complici mi spaventa perché ... e se l’amicizia dovesse finire? Chi dei due potrà andare avanti senza l’altro? Si può arrivare ad un punto in cui si dimentica cosa significa essere da soli? ridere da soli, costruire da soli, pensare da soli, consolarsi ... sì, ora capisco il senso del tuo consiglio. Senti, però, ma quanto è difficile quello che mi dici. In fin dei conti basta scommetterci poco, crederci poco, insomma, viversela così come viene senza dare troppa importanza all’amicizia o farsi tanti amici e andare avanti. Sarebbe meglio, non credi?

- Ma brava! Che bella soluzione preventiva. E quindi rinunceresti a tutto così, solo per la paura di rimanere sola?

- No. La mia paura non è solo quella. Ho paura che ...

- Cosa?

- Insomma. Ho paura che uno dei due non si diverta ad essere una metà della mela, quei gradi che mancano ai novanta. Allora mi chiedo ma ne vale veramente la pena?

- La paura è ammissibile ma se sapessimo ogni volta se ne vale la pena, in ogni cosa, non avremmo problemi ma neanche vivremmo più. E poi dimentichi che manca il resto della mia storia. Detto tra noi sentirsi la metà di una mela è bellissimo come riuscire a scoprire qualcosa di te che non conoscevi prima, anche se anch’io ho fatto i conti con la paura di cui parli. Conviene rischiare.

- Spiegami perché conviene. Siamo qui per questo.

- Conviene ... per un paio di ciabatte, per un torta di compleanno, per due panini avvolti nella stagnola, per una lacrima dietro una pizza, per un profumo, per una canzone, per un gioco di parole, per un consiglio, per una parola al momento giusto, per una buonanotte, per un come stai, per un caffè e dei pasticcini, per Calvino, per un tizio curioso in treno, per la nascita di un’idea, per ...

- Ehi! Ma sei impazzita? Prima la butti sul filosofico, ascolto, fiducia, tradimento, riflessioni...e poi? Una lista di scemenze! Per di più sono quasi tutte cose da mangiare!

- Scemenze? Sai cosa sono i ricordi?

- Sì. Anzi, meglio che stia zitta o per lo meno rifletta un attimo. Sicuramente avrai una risposta importante, bella pronta e ... non voglio cadere a pie’ pari nel tuo tranello. Scusa ma...un paio di ciabatte?

- Proprio così e al primo posto direi di mettere: ridere senza motivo. Bello vero? Ti devo spiegare una cosa così importante come l’amicizia e vado parlando di cose senza senso. Il mio ricordo più bello trascorso con un’amica è proprio un momento in cui ho riso senza alcun motivo. Non mi era mai capitato prima e ti giuro è stato, e rimane tuttora, il momento più bello della mia vita. Per la prima volta in vita mia ho fatto una cosa senza pensarla prima, senza senso, senza motivo e ... non riuscivo a fermarmi. Ancora oggi, quando sono giù, ripenso a quel momento e il cielo diventa un po’ più azzurro, mentre un sorriso ebete mi si dipinge sul volto.
I ricordi sono i momenti, ma non quei secondi che un orologio conta per arrivare alle ore, momenti come vita; l’elenco che ti ho fatto senza respiro è vita. Dietro ad ogni singolo oggetto, gesto, parola c’è un mondo, ci sono dei sentimenti, delle emozioni. Nessun tradimento cancellerà mai i momenti. Nessuna offesa cancellerà mai le emozioni. Nessuna bugia potrà mai rimuovere la spontaneità e la semplicità dei momenti in cui un amico o un’amica ha avuto bisogno di te e tu eri lì...anche a fare la scema, ma eri lì, anche con un sorriso ebete, ma eri lì. O loro erano lì per te.

- Capito...però ne hai di fantasia ad esserti inventato tutti quei ricordi e solo per me!

- Sì. Inventato.

- Una volta una prof a scuola ci fece leggere dei brani sull’amicizia. In più di uno si parlava di amici nel momento del bisogno, amici e segreti, amici per condividere gioie e dolori. Insomma, tutte frasi che a me sono sembrate scontate, retorica vuota e ripetitiva. Quella prof non ci spiegò mai il valore dei momenti, attimi che diventano ricordi. Mi piace. Voglio anch’io i momenti.

- Li avrai. Lasciati andare e li avrai e ti sentirai al sicuro. Ricorda però che potrebbe arrivare uno di quei momenti che proprio bello non sarà.

- Ecco che ci risiamo! Avevamo iniziato un bel discorso e poi? Torniamo a parlare di cosa? Ancora tradimento?

- No. Rispetto. Stavolta si parla di rispetto. Sai cos’è?

- Forse. Rispetto qualcuno quando lui ha un’idea diversa dalla mia, ma io non sto lì a criticarlo o a deriderlo, lo ascolto, confronto la sua idea alla mia e insieme ... abbiamo due idee.

- Brava...insieme avete due idee. Non dimenticare che l’amicizia è solo uno dei tanti modi per vivere in mezzo agli altri, è un privilegio, un dono da custodire.

- Custodire? Mi stai dicendo che bisogna comunque impegnarsi? ... io e l’impegno non andiamo molto d’accordo. La mia prof di matematica dice che devo impegnarmi di più perché non ottengo i risultati che la mia testolina potrebbe ottenere e questo solo per l’impegno ... scarso. Che parola terribile...

- Sì. Sono decisamente d’accordo, ma non ti dirò su cosa se con la tua prof o sull’impressione che ti fa la parola scarso ... avremo tempo. Ma comunque, sì, occorre impegno. Il rispetto lo si deve a tutti, ma ad un amico o ad un’amica prima di ogni altro. Occorre rispettare la reciproca libertà, i sentimenti, occorre rispettare i segreti e le emozioni, occorre rispettare le scelte, ma anche il coraggio, occorre rispettare il coraggio, occorre rispettare il coraggio, il coraggio ...

- Ma quale coraggio?

- Il coraggio di dire “ho bisogno di te”.
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- Ma come si può? Dire ho bisogno significa umiliarsi...almeno per me.

- Per me è la più importante e vera dimostrazione di affetto, amicizia e fiducia.

- E se la risposta fosse solo il silenzio e l'indifferenza?

- Non posso rispondere a questa domanda. Ti prego. Non insistere.

- Sì. Rifletterò sulle tue parole. Grazie. Grazie ... mamma.

- Ora vai, torna nel futuro ... ti voglio bene.

- ...ok, vado

- Non preoccuparti ti insegnerò io a dire “ti voglio bene”, come qualcuno l’ha insegnato a me.